Leggere secondo gli autori

Un pò di tempo fa ho scritto un articolo, spiegandovi tutti i motivi per cui, a mio parere, vale la pena leggere. Se non lo ricordate oppure siete nuovi vi lascio qui il link: Perchè leggere? Ho deciso che inaugurerò una nuova rubrica, se così vogliamo considerarla, in cui tratto di uno specifico argomento attraverso citazioni di famosi autori. Oggi iniziamo dalla lettura. Chi meglio di uno scrittore, che si nutre costantemente di parole, può invogliarci in questo atto?

Inizierei con uno che, ormai è risaputo, è uno dei miei autori preferiti, ovvero Alessandro D’Avenia. In cose che nessuno sa scrive così:

Solo chi legge e ascolta storie trova la sua.

Noi uomini fin da piccoli siamo assettati di storie, lo dimostrano le numerose fiabe che ci raccontavano i nostri genitori prima di andare a dormire. Sembrerebbe un esempio stupido, eppure esse sono il nostro primo specchio verso il mondo. La loro conoscenza ci porta a porgersi interrogativi ed infine, attraverso di essi, a conoscere noi stessi.

In un’altra sua opera, la mia preferita, L’arte di essere fragili, invece scrive:

Leggere ciò che un altro uomo ha scritto è entrare in relazione epistolare con lui:
lui ci scrive e noi,a distanza di migliaia di ore,rispondiamo.

Ebbene sì, nell’atto della lettura, non solo conosciamo noi stessi e quello che saremo, ma conosciamo un altro essere umano: l’autore. E anche se magari è morto o lontano, le distanze spazio- temporali quasi si annullano, permettendo una sorta di dialogo, come uno scambio indiretto. Così oltre alle nostra idea ne conosciamo diverse, che infine possiamo confrontare.

Senza rose e senza libri siamo perduti.
Perchè è perduta l’occasione di provare quella meraviglia che può innescare la felicità.

Il 23 Aprile, in occasione della ricorrenza della Giornata Mondiale del Libro, in Spagna esiste una tradizione bellissima, ossia quella di regalare o scambiarsi un libro e una rosa. Se le rose, ma soprattutto i libri, andassero persi, perderemmo anche un pò di felicità. Chi ama leggere considera un nuovo libro come un nuovo viaggio, che porta con sè lo stupore di ogni avventura. Da questa meraviglia dello scoprire una novità nasce una scintilla di felicità.

Ma sarà vero che i libri salvano la vita o forse la salvano solo metaforicamente?
Io credo che i libri, se scelti bene , possano salvarla davvero la vita, soprattutto quella fragile, facendole cogliere il frutto del futuro che ha dentro.

Come abbiamo detto prima, è soltanto leggendo storie che possiamo scoprire la nostra. Quando ciò accade non siamo piu’ facce anonime, bensì volti estremamente reali, pienamente fragili.  Vediamo quindi, per la prima volta, la nostra vita così come è e come sarà, cogliendo ogni possibilità di futuro che ci si presenta davanti. Perchè quando inizia una nuova storia si ha la voglia di continuarla, di sapere come va a finire.

Un’autrice italiana, Giulia Carcasi, nel suo romanzo Io sono di legno scrive così:

Ci sono poesie che andrebbero messe in tasca, per tirarle fuori quando servono. Ci sono poesie che andrebbero caricate come pistole, per premere il grilletto e ammazzare il dolore che, se rimane inspiegato, cresce.”

Le poesie, e i libri in generale, sono in grado di spiegarci, salvarci dal dolore ed inoltre sono facili da portare sempre con sè. Cosa può esserci di meglio?

In un libro che ha come tema anche l’importanza dei libri, L’ombra del vento dello spagnolo Carlos Ruiz Zàfon, troviamo scritto:

“Davvero non hai letto nessuno di questi libri?” Gli domandò
“I libri sono noiosi.”
“I libri sono specchi: riflettono ciò che abbiamo dentro” rispose Juliàn.” 

I libri riflettono ciò che abbiamo dentro, per questo ci consentono di conoscerci e quindi anche di conoscere la nostra storia.

“Viviamo in un mondo di ombre, Daniel, e la fantasia è un bene raro. Quel libro mi ha insegnato che la lettura può farmi vivere con maggiore intensità, che può restituirmi la vista.”

Leggere ci salva dal buio, aprendoci una nuova strada illuminata. Come ho detto in precedenza, oltre che uno specchio del nostro io interiore, sono anche uno specchio che riflette il mondo esterno.

Passando all’Inghilterra, ecco cosa ci dice Oscar Wilde nella sua piu’ famosa opera Il ritratto di Dorian Gray: 

“Non esistono libri morali o immorali. I libri sono scritti bene o scritti male. Questo è tutto.”

E aggiunge piu’ tardi:

” I LIBRI CHE IL MONDO DEFINISCE IMMORALI, SONO I LIBRI CHE MOSTRANO AL MONDO LA SUA INFAMIA.”

Ora, io credo che ciò sia vero solo in parte. Secondo la mia visione i libri ritenuti immorali sono quelli che mostrano all’uomo la verità, e tra le verità rientra l’infamia del mondo, assetato di beni superficiali. Anche il ritratto di Dorian Gray fu ritenuto immorale, in quanto mostrava la verità di un’epoca. Talvolta leggere non è semplicemente uno specchio sul mondo, ma lo specchio piu’ grande che esista.

Non possiamo quindi stupirci se Italo Calvino, nel  suo capolavoro Il barone rampante, narra:

“Considerava i libri un po’ come degli uccelli e non voleva vederli fermi o ingabbiati”

In fondo visto che ora siamo consapevoli della potenza dei libri, che riflettono l’interno e l’esterno, sarebbe un peccato lasciarli da parte, no? Ma magari in molti già lo sapevano, non è vero? Allora perchè lo fanno?

In un altro libro sull’importanza dei libri, il grandissimo Fanherenheit 451 di Ray Bradbury, egli trae un importante conclusione:

“Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive.”

Quando siamo adolescenti ci guardiamo allo specchio e non ci riconosciamo piu’. Il nostro volto, l’intero nostro corpo si è mutato e spesso non ci piace. Specchiarsi non è piu’ facile come lo era un tempo, perchè siamo costretti ad accettarci nella nostra nuova forma. Ogni persona che sia stata adolescente sa che l’unica vera soluzione è non avere paura di guardarsi dentro. Abbiamo ripetuto diverse volte che i libri sono uno specchio verso il dentro e il fuori. Leggendo è come se diventassimo di nuovo quegli adolescenti, che devono trovare il coraggio di accettare il nuovo riflesso che propone loro lo specchio. La maggior parte degli uomini moderni preferisce vivere nella menzogna, piuttosto che confrontarsi con la realtá.  Perché così é più facile, non sono costretti a guardarsi dentro. Infatti farlo potrebbe comportare dolore, l’apertura di una ferita.

In tutto ciò, probabilmente la verità piu’ grande sulla lettura è quella che ci racconta Harper Lee ne Il buio oltre la siepe: 

“Fino al giorno in cui mi minacciarono di non lasciarmi più leggere, non seppi di amare la lettura: si ama, forse, il proprio respiro?” 

Diamo per scontato che i libri saranno sempre lì, che potremmo sempre iniziare a leggere, magari quando avremo piu’ tempo. Il concetto non si conosce mai il valore di una cosa finchè non la si perde vale soprattutto per noi uomini. Questo ho imparato dalla storia: mai nulla è per caso. Hitler durante la Seconda Guerra Mondiale bruciava i libri perchè sapeva che un popolo ignorante è un popolo governabile. Per creare una dittatura non deve esserci nessuno specchio verso sè o verso il mondo. Sarebbe troppo pericoloso, permetterebbe di sviluppare una propria mentalità, magari contraria al regime. Ma, se è vero che nulla è per caso, in quelle occasioni l’uomo scopre l’importanza della cultura. Sì, proprio quando la perde. Perchè quando si è vittime di un tale processo bisogna cominciare a ricostruire tutto dal principio. E un popolo ha le fondamenta nei libri, nell’arte, nella cultura. Tutto quello che, lo abbiamo detto svariate volte, gli consente di trovare la propria storia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Quando l’amore uccide.

Fin da piccoli ci hanno insegnato indirettamente , ad esempio nelle parole delle canzoni, che l’amore fa anche un pò soffrire.  Questo sentimento è troppo spesso vittima di malintesi. Sì, è vero, amare non è sempre facile, ma non è sinonimo di sofferenza. Oggi ritorno ad un argomento di cui avevo piu’ o meno già parlato, o per lo meno accennato (vedi qui: Queste gioie violente hanno una fine violenta ). E, per la prima volta, proverò ad azzardare parlandovi non di uno, ma di ben tre libri, nei quali ho personalmente trovato un filo conduttore. Tre opere completamente diverse l’una dall’altra ed appartenenti a diverse epoche, ma che, a mio parere, vogliono tutte farsi voce del medesimo concetto. Il primo, risalente al 1774, è un grande classico della letteratura tedesca. Gli altri due sono certamente piu’ recenti e si distanziano di pochi anni (il primo è del 1957, il secondo del 1989). In ordine sono: I dolori del giovane Werther di Johann Wolfgang Goethe, il saggio L’arte di amare del filosofo e psicoanalista ( anche lui tedesco) Erich Fromm ed in conclusione una raccolta di racconti , Donne che amano troppo dell’autrice americana Robin Norwood.

Partirei da quest’ultimo, poichè è proprio quello da cui ho tratto l’idea e i vari collegamenti. Tutti avrete sentito di donne che sembrano avere un talento nell’innamorarsi sempre di uomini sbagliati, violenti o dipendenti, ma non solo. Non accade una volta, bensí continuamente, in un cerchio infinito. Saltano di relazione in relazione, ciascuna inconcludente e distruttiva per se stesse. Donne che hanno bassa autostima e non sanno stare sole, e molto di piu’. Il processo mentale dietro è assai complesso, e ad illustrarcelo è una donna che apparteneva proprio a quella categoria di donne appena menzionata. Donna che, salvatasi da un meccanismo “malefico” di pensare, si è data da fare per aiutare tante altre uguali a lei. Non tutte provenienti da famiglie difficili, ma in moltissime sì.  E qui sono raccontate,per filo e per segno, con la loro psicologia. Figlie di genitori anch’essi violenti o dipendenti, che tentano di riprodurre nella loro vita privata, e talvolta nell’intimità, la situazione famigliare. Ma  perchè non vale per tutte? E’ questione di personalità, di reazione agli episodi avvenuti in passato. Se da piccole si è assunto l’atteggiamento delle protettrici, ecco che ciò potrebbe succedere in futuro nelle nostre relazioni. Andiamo sul pratico: una delle figure genitoriali è dipendente dalla droga, la figlia si sente in colpa. C’è ampia probabilità che ciò si ripeta in futuro in una relazione con un uomo, che la donna tenterà inutilmente di cambiare a tuttti i costi. Incosciamente, essa tenta di ricreare il vissuto, e di rovesciarlo. All’inizio della relazione lei perdona tutte le sue colpe, accusandosi. Ad esempio se lui torna tardi a casa, la responsabile è lei che non gli dà abbastanza amore. L’uomo ovviamente è contento di poter fare tutto ciò che vuole. Poi  le cose cambiano, e lei inizia a svolgere il ruolo salvifico che tanto la gratifica. E’ come se risolvendo i problemi del suo uomo, salvandolo dalla sua dipendenza, stesse in qualche modo salvando il genitore. Ma quando, e se, l’uomo finalmente se ne libera, lei comincia  piano piano ad allontanarsi. Può sembrare assurdo, ma ha senso se pensate che la fiamma che tiene accesa la coppia è proprio il rapporto salvatrice-peccatore, crocerossina-malato. Ad un tratto non sono piu’ soddisfatti della loro vita sentimentale, lui perchè inizia a vedere con maggiore chiarezza e lei perchè perde il controllo della situazione. A questo punto, quasi sempre la relazione si chiude. La donna sicuramente si chiede cosa è andato storto, ma non necessariamente arriva alla conclusione che è ora di prendere in mano la sua vita e fare un lavoro piuttosto lungo su se stessa. Se ciò non avviene, potrebbe ricercare un altro uomo, ma con ogni probabilità la sua relazione sarà nuovamente fallimentare. Una serie di storie di donne che provano a rialzarsi, reali in ogni dettaglio. Storie dove l’essere si dissolve, si sgretola, si consuma.

Succede lo stesso anche al giovane Werther. Il romanzo é diviso in due parti: una epistolare, in cui lui si racconta tramite le lettere inviate al suo carissimo amico Guglielmo, e una seconda parte narrativa in cui lo seguiamo nei suoi ultimi giorni di vita. Il nostro Werther é innamorato di una bellissima donzella, Charlotte, la quale é peró promessa sposa ad un altro uomo, Alberto. Più passa il tempo, e più questo lo distrugge, conducendolo alla morte. Werther non é in grado di razionalizzare i suoi istinti e sentimenti, che diventano quindi i padroni del suo essere. Anche qui, come in Romeo e Giulietta, la persona amata diventa indispensabile, più importante di ogni altra cosa.

Abbiamo quindi varie narrazioni, ma una stessa triste conclusione: l’annullamento. E allora ci collego il terzo libro, ovvero la soluzione, in cui l’autore é davvero in grado di descrivere cosa significare amare. Si parte dal preconcetto che l’amore é un’arte, poi il discorso si dirama sotto diversi tipi di amore. Se l’amore, in senso generale, é un’arte, allora si può imparare con saggezza e sforzo . L’obiettivo finale dell’autore é spiegare l’amore, insegnare come farlo fiorire e come conservarlo per un lungo periodo. Infatti inserisce anche una parte,per quanto possibile, pratica oltre ad una teorica. Il filo conduttore nominato all’inizio può essere racchiuso in una frase di questo manoscritto:

“L’amore è un potere attivo dell’uomo; un potere che annulla le pareti che lo separano dai suoi simili, che gli fa superare il senso d’isolamento e di separazione, e tuttavia gli permette di essere sé stesso e di conservare la propria integrità. Sembra un paradosso, ma nell’amore due esseri diventano uno, e tuttavia restano due.”

 

 

 

Essere o apparire?

Lo sviluppo della tecnologia ha contribuito ad espandere un’inclinazione che ritorna ciclicamente. Una vita fatta di piacere, di ricchezza, di bellezza, di gioventu’… è a questo che la società di oggi sembra aspirare. E’ riflesso su tutti i nostri social, dove si postano solo le foto migliori, quelle che rappresentano la nostra vita ideale. Io associo il termine “sociale” alla comunicazione, ma nei social si parla di una comunicazione  che sfiora l’irreale. La quotidianità è ben diversa da questo canone estetico attuale, secondo il quale ciò che conta è essere attraenti, di tendenza e mostrare di possedere beni tali da far invidia. Nessuna vita umana, mai, è costituita solo di estetica e puro piacere. Allora, un giorno forse, chiederete alla vostra immagine di invecchiare al vostro posto, così da potervi dedicare sempre e solo a ciò la gioventù porta con sé: passione e avventura.  Ma onestamente, dopo aver letto il Ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde , ve lo sconsiglio. Possa poi questo accadere davvero…

Dorian Gray è un uomo dalla bellezza sconfinita, perfetto in ogni suo tratto, la gioventu’ si addice perfettamente al suo dolce volto. Basil lo incontra cosí, quasi casualmente, e non si lascia sfuggire l’occasione: subito lo prende come suo modello di riferimento per dipingere. Presto arriva agli orecchi di tutti la voce della presenza di cotanta grazia, ma il piu’ interessato è sicuramente Lord Henry, grande amico del pittore. Egli rappresenta il dandy per eccellenza, completamente dedito al piacere. Per questo Basil cerca di tenerlo lontano da Dorian, simbolo di purezza. Piano che, purtroppo, fallirà. I due riusciranno ad incontrarsi, e Lord Henry, da subito dimostrerà di essere un abile oratore, in grado di persuadere con il potere delle parole. Dorian ne resta stregato. Si lascia influenzare dai suoi discordi, convincendosi che l’apparenza sia la cosa piu’ importante. Quando si ammira nel ritratto di Basil, riconosce tutto lo splendore dela sua età, e che esso scomparirà, fuggendo rapidamente via da lui. E allora esprime un semplice desiderio:

“Com’è tragico! Io diventerò vecchio, brutto, ripugnante. E questa immagine rimarrà sempre giovane. Giovane quale io sono in questa giornata di Giugno. Oh, se si potesse realizzare il contrario! Se io dovessi rimanere sempre giovane, e il ritratto diventasse vecchio! Per questo, per questo, darei qualunque cosa! Darei la cosa più preziosa del mondo! Darei anche la mia anima per questo!”

 

Non ha la piu’ pallida che esso diventerà realtà, dando inizio alla sua discesa verso l’abisso…

Non aggiungo altro, ma spero di avervi invogliato nella lettura.  Pare proprio che Dorian Gray sia stato affetto dalla nostra stessa malattia.                                  Cari lettori,  possiate voi (come io ho fatto) apprendere da lui, traendone un insegnamento prezioso da conservare perennemente. Arriverà per tutti il giorno tanto temuto: quello del giudizio. No, non parlo del giudizio universale. Arriverà il giorno in cui voi giudicherete voi stessi, in cui vi guarderete indietro. La scelta sta a voi. Essere o apparire?

“Definire è limitare.”

 

“I libri che il mondo chiama immorali sono libri che mostrano al mondo la sua vergogna. Ecco tutto.”

 

“Oggigiorno si conosce il prezzo di tutto, ma non si conosce il valore di niente.”

  Per gli appassionati di cinema, consiglio vivamente la visione del film “Dorian Gray” (2009).

 

 

Kafka sulla spiaggia come Alice nel Paese delle Meraviglie: tra surreale e reale.

Se mai vi dovesse capitare di leggere Kafka sulla spiaggia, al termine della lettura avrete bisogno di un pò di tempo per riabituarvi al mondo reale. No, non intendo i “classici” due minuti. Vi servirá tutto il tempo che ci mettete quando vi risvegliate da un lungo sogno. Esagerazione? Forse sì, probabilmente no. Haruki Murakami in questo romanzo è in grado di trasportare chi legge, per circa 500 pagine, in un mondo completamente surreale e a tratti assurdo. Proprio come se stesse sognando, però con gli occhi ben aperti. La storia di un ragazzo maturo per la sua etá, soprannominato Kafka e Nakata, un anziano con la mente di un bambino, a causa di un brutto incidente capitatogli. Due destini che spesso si incrociano, senza però che i due si conoscano. Il destino è un tema portante in questo libro. Kafka è infatti tormentato da una profezia, predetta per lui dal padre, SIMILARE a quella di Epido ( “ucciderai tuo padre e sposerai tua madre”) , ovvero “Ucciderai il padre, e giacerai con la madre e la sorella”. Proprio come Edipo decide di scappare per evitare che tutto ciò si avveri, nonostante sia appena quindicenne. Si mette quindi per strada, guidato dal suo alter ego Il corvo, e termina il viaggio a Takamatsu, dove si reca nella ben nota biblioteca Komura. Qui conosce Oshima e la signora Saeki, verso la quale in seguito svilupperá una sorta di complesso di Edipo. Nel frattempo, Nakata, dotato dell’abilitá di saper comunicare con i gatti (e di altri poteri), nel bel mezzo delle sue imprese, diviene colpevole di un omicidio, che sarà la causa della sua fuga. Non sapendo guidare è costretto a chiedere più volte dei passaggi, ma solamente Oshino, spinto dalla somiglianza dell’anziano al nonno deceduto, lo accompagna per la maggior parte del suo viaggio. Nakata si fa trasportare dal destino, poichè non sa dove è diretto ma sa che sará in grado di riconoscerlo una volta arrivato lì. E quel posto è proprio la biblioteca Komura. È lì che si trova l’entrata.

Se avete l’impressione di trovarvi in un’altra dimensione, allora giá avete un’idea generale di che cosa vi mette di fronte il contenuto di questo libro. Però, in tutta questa assurditá, qualcosa vi spingerá inconsapevolmente ad andare avanti: i personaggi sono umani, fragili e a tratti impotenti davanti a ciò che si presenta loro. Kafka sulla spiaggia è una favola per adulti, in cui (non casualmente) lo stile dell’autore ricorda quello di Kafka, nel senso che entrambi utilizzano il surreale per parlare del reale. Ma di che cosa esattamente? Nel caso di Kafka ne La metamorfosi del rapporto conflittuale con il padre, le cui però interpretazioni possono essere diverse (se vi interessa io ne ho parlato qui: Insetti (s)cacciati dalla società.).                                                                                                      Lo stesso concetto vale per Kafka sulla spiaggia, che io ho visto come Alice nel Paese delle Meraviglie 2.0: si parla infatti di un percorso di crescita personale, la ricerca del proprio io. Proprio come nella favola di Lewis Carroll non c’è una vera e propria morale e il senso dell’intero racconto si trova nello svolgimento della storia e non alla fine. Tutte le avventure di Alice potrebbero sembrare senza significato, ma in realtá la aiutano a trovare se stessa. E quando finalmente ciò accade si risveglia.  Se io dovessi riassumere l’intero romanzo userei una citazione che si trova nelle prime pagine:

“E naturalmente dovrai attraversarla, quella violenta tempesta di sabbia. E’ una tempesta metafisica e simbolica. Ma per quanto metafisica e simbolica, lacera la carne come mille rasoi. Molte persone verseranno il loro sangue, e anche tu forse verserai il tuo. Sangue caldo e rosso. Che ti macchierà le mani. E’ il tuo sangue, e anche sangue di altri.Poi, quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato. Sì, questo è il significato di quella tempesta di sabbia”

 

 

 

 

 

Queste gioie violente hanno una fine violenta.

Dopo aver letto un brano di Romeo e Giulietta in classe, ne sono rimasta affascinata. Così ho deciso di leggere l’intera opera. La storia è risaputa, Romeo e Giulietta si amano, ma il loro amore è ostacolato dalla rivalitá tra le loro famiglie. Essendo una tragedia, ovviamente per i due non  esiste un lieto fine. Anche se effettivamente, si ritroveranno ugualmente insieme. Il loro amore è così puro, così vero che le due metá proprio non ci riescono a stare separate. Certo, l’opera evidenzia molti temi, come ad esempio l’inutilità dell’odio, che porta dolore e morte. Ma io penso onestamente che questo testo, al giorno d’oggi, è validissimo, poichè assume un significato altrettanto importante.

Leggendo, mi è venuto da chiedermi: è amore o soltanto passione? Certo, i due sono innamorati, ma non hanno la più pallida idea di cosa sia davvero l’amore. Divorati dal desiderio l’uno dell’altro, finiscono per consumarsi. Perchè, può per Romeo Montecchi esistere una vita senza Giulietta Capuleti? E può per Giulietta Capuleti esistere una vita senza Romeo Montecchi? Non c’è proprio storia. Ed ecco che non si parla più di due metá, ma quasi di un’ unica persona con una sola anima. L’io pian piano si deteriora, trasformandosi in un noi, che muore anch’esso. Esistiamo noi, e non c’è io, se non c’è un noi. È una malattia che si trasmette di generazione in generazione , che infetta soprattutto i giovani, questa di fondersi completamente quasi fino a dimenticarsi se stessi. A mio parere, questo messaggio dell’opera è riassunto in una frase pronunciata da Frate Lorenzo:

“Queste gioie violente hanno violenta fine, e muoiono nel loro trionfo, come il fuoco e la polvere da sparo, che si distruggono al primo bacio. Il più squisito miele diviene stucchevole per la sua stessa dolcezza, e basta assaggiarlo per levarsene la voglia. Perciò ama moderatamente: l’amore che dura fa così.”

E’ così che bisogna amare, senza fare di quella persona la nostra unica ragione di vita. Bisogna amare con la consapevolezza che oltre ad un noi c’è anche un io. Bisogna amare in modo sano, razionale. Non intendo dire scordando i sentimenti , ma non facendosi sbranare da essi. Amate di un amore maturo, per quanto difficile da coltivare. Amate essendoci l’uno per l’altro, non diventando l’uno il riflesso dell’altro. Non amate come Romeo e Giulietta, che sappiamo già come andrà a finire.

 

 

 

 

5 personaggi che ho amato dei libri

In questi lunghi anni da lettrice, ne ho incontrati di personaggi. Alcuni reali, altri immaginari. Alcuni così simili a me, altri no. Alcuni li ho amati, di altri non posso dire lo stesso. Ad ogni modo, oggi è dei primi che vorrei parlarvi. Quei personaggi che, ne sono certa, non scorderò mai.

  1. Atticus Finch da Il buio oltre la siepe

Ci fossero piu’ uomini come lui, vi assicuro che il mondo sarebbe un posto migliore. Avvocato onesto,che non si lascia trascinare dalle circostanza ma resta fedele ai suoi principi, uomo giusto e ottimo padre. Completamente privo di pregiudizi, cerca di trasmettere questi suoi valori al prossimo. Non è certamente perfetto, nel farlo compie degli  errori, ma sa rimediarvi. Un vero e proprio esempio di umanità, impossibile da non apprezzare.

2. Clarisse McClellan da Fahrenheit 451

“Ho diciassette anni e sono pazza.” Così si definisce Clarisse. Ma è pazza davvero? Niente affatto. Anzi, a dirla tutta, lei è forse è quella piu’ “normale”. Amante del dialogo, della natura, delle bellezza delle piccole cose e grande osservatrice. La nostra Clarisse farà aprire gli occhi a Guy, il protagonista, facendogli riscoprire questi valori, ormai da tempo perduti nella società in cui vivono. Pur essendo così giovane, sembra una donna di altri tempi. L’ho ammirata fin dall’inizio per quel suo modo così diverso di vedere il mondo, di ragionare, in cui un pò mi rispecchio.

3. Tamar da Qualcuno con cui correre

Quando Tamar sente la chiamata di aiuto da parte di suo fratello Shay non esita neanche un istante, anzi si butta in questa avventura. E che avventura! Sarà costretta continuamente a rivalutarsi, a sfidarsi, a lanciarsi sempre su un piano piu’ alto. Eppure, dietro quella corazza fatta di ferro,Tamar ha le sue fragilità, come è normale per qualsiasi ragazza di sedici anni. Solo che non si lascia abbattere da esse, ma anzi le usa per ricominciare da capo. La sua determinazione, oltre che ad una crescita personale, la porterà lontano.

4. Scout Finch da Il buio oltre la siepe

“Accipicchia, che caratterino questa ragazzina!” Ecco la prima cosa che ho pensato mentre leggevo. Scout non si fa comandare  proprio da nessuno, soprattutto dalle zie che le dicono che dovrebbe portare la gonna e comportarsi da signorina. Ad affermazioni simili, lei si ribella, batte i piedi, e continua ad indossare i suoi amati pantaloni. Sì, sarà pure una bambina ma ha già capito un importante segreto: mai farsi mettere i piedi in testa da nessuno, mai farsi dire cosa si può o non si può fare. Già me lo immagino in futuro, una donna che farà certamente strada nella vita.

5. Liesel Meminger da Storia di una ladra di libri

Se dovessi trovare un aggettivo per descriverla, direi certamente forte. E’ dura avere a che fare con certe esperienze di vita all’età di soli dieci anni, eppure Liesel non si scoraggia, resta positiva. E poi, quando trova nei libri i suoi migliori amici, fa di tutto per salvarli dalle mani dei nazisti che vogliono bruciarli, con una costanza e una tenacia piuttosto notevoli per una bambina.

 

Ne ho scelti soltanto cinque, ma mi sembra giusto nominarvi altri personaggi che ritengo meritevoli. Sam e Charlie da Noi siamo infinito, Giulio da Cose che nessuno sa, Il piccolo principe, La piccola sarta cinese da Balzac e la piccola sarta cinese, Holden Caulfield da Il giovane Holden, Midori da Norwegian Wood, Padre Pino Puglisi (personaggio realmente esistito) e Lucia da Ciò che inferno non è. 

 

Destinati a rimanere soli?

Di questo libro, vincitore del Premio Strega nel 2008, ho sentito e letto molte opinioni positive. Sembra proprio che La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano sia un must have, soprattutto per i giovani. Ahimè, nonostante ciò non mi ha fatta impazzire.

Come si deduce dal titolo, l’intero libro racconta di solitudine e altri disagi che sono tipici degli adolescenti. Ecco perchè piace tanto ai ragazzi. Ma cosa c’entrano i numeri primi? Mattia e Alice, i due protagonisti, vengono descritti come due numeri primi gemelli, ovvero una coppia di numeri primi che non può stare insieme perchè separata da un numero pari. Essi sono ” soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero.

Entrambi sono legati da un passato difficile, un “trauma” che li ha segnati nel profondo.

Alice e uno spiacevole imprevisto sulla pista da sci, che la fa sentire inadeguata rispetto ai suoi coetanei.  Mattia e quella grande voglia , e totalmente normale, di appartenere ad un un gruppo, che lo porterà a compiere un gesto di cui si pentirà per sempre. Crescendo questi episodi sfoceranno in anoressia nervosa, autolesionismo e altri disturbi psichici.

Mattia e Alice si incontrano casualmente nei corridoi di una scuola e vengono attratti l’uno dal vuoto esistenziale dell’altro, come due calamite. Inutile dire che questa relazione non andrà a buon fine. Ma non sarà l’unica.                                                          Quasi tutte le relazioni che questi due personaggi creano son destinate, inevitabilmente, in un modo o nell’altro, a dissolversi. Perchè? Quelle ferite che si portano dentro, non essendo mai state curate, possono riaprirsi all’improvviso e rovinare tutto. E’ esattamente questo quello che accade.

Insomma, dopo una serie di tentativi inconcludenti di creare un rapporto con qualcuno, entrambi giungono ad una conclusione. Sembra proprio che alla fine Mattia e Alice ci abbiano rinunciato. Sono consapevoli di esseri numeri primi, destinati a rimanere da soli. Non hanno bisogno di nessuno, se non di loro stessi.

Sono rimasta veramente delusa dal finale di questo libro, ma non solo.                Sono rimasta delusa soprattutto da Alice e Mattia, dal loro atteggiamento costantemente passivo. Intravedono un’ opportunità e se la lasciano passare davanti, e il lettore desiderapoter entrare nella storia e mettersi a gridare loro di agire, di fare qualcosa. Invece non fanno altro che sfrondare nel loro vuoto, rimuginando sul passato e dimenticandosi del presente. Ma,in fondo, loro che ci possono fare? Sono due numeri primi. Il loro destino è rimanere da soli, eternamente. Bhè, io credo che il destino ce la facciamo noi, con tutte le scelte che compiamo ogni giorno.

Paolo Giordano è stato molto bravo nel descrivere le problematiche tipiche degli adolescenti, ma ritengo che il libro venga troppo spesso sopravvalutato. Aristotele affermava che chi non è in grado di entrare nella comunità o per la sua autosufficienza non ne sente il bisogno, non è parte dello stato, e di conseguenza è o bestia o dio.  L’essere umano è un animale sociale (zoon politikon) , e quindi nessun uomo che sia tale sceglie veramente di restare solo.                                                                                                                 Lo svolgersi della vicenda, man mano che si procede con la lettura, sembra allontanarsi sempre un pò di piu’ dalla realtà, per entrare in un mondo quasi parallelo, dove apparentemente l’unica risposta è la solitudine. Ma questo è davvero possibile per un qualsiasi essere umano?

Comunque, alla fine credo che l’insegnamento da trarre sia questo: voi non siate come Mattia e Alice, non state a guardare, a lamentarvi di ciò che vi è stato, mentre le cose piu’ belle della vita vi passano davanti.

“Come ci si sente stupidi a pensare a tutto il tempo che sprechiamo a desiderare di essere altrove.”

 

 

 

Paura di morire oppure paura di vivere in eterno?

Si sa, alcuni uomini hanno paura di morire. Chissà se, questi stessi uomini, si sono mai chiesti cosa succederebbe se il loro piu’ grande sogno, ovvero quello di non morire mai, diventasse realtà. Forse sì, o forse no. Forse tutti ce lo siamo chiesti almeno una volta. Ecco, Josè Saramago, ne Le intermittenze della morte, cerca di dare una risposta a questo grande quesito.

A mezzanotte del 31 dicembre di un anno qualsiasi, in un Paese qualsiasi, anonimo, la morte va in sciopero. Succede tutto all’improvviso, senza spiegazione. La gente, semplicemente dal nulla, smette di morire. Ma che effetti ha questo sulla società, sulle persone stesse?

La prima a risentirne è la chiesa. Milioni di fedeli che sperano in una vita nell’aldilà. Ma come fa ad esserci vita dopo la morte, se la morte non c’è piu’? Non può esistere resurrezione senza morte, per questo la chiesa perde automaticamente di credibilità.

Vogliamo poi parlare delle pompe funebri ? Come manderanno avanti gli affari se non muore piu’ nessuno? O ancora delle case di riposo? E le assicurazioni? Ah, e infine del sovraffollamento generale.

Insomma, il grande sogno dell’uomo, ovvero la vita eterna, sembra rilevarsi un disastro.

Per questo una famiglia, di cui padre e figlio sono malati, decide di recarsi sul confine, dove potranno morire. Infatti la morte ha smesso di uccidere soltanto in un Paese, mentre negli altri ancora si muore. Da questo primo spostamento ne partiranno altri, finchè anche la politica sarà coinvolta.

Vedendo quello che accade, dopo un periodo di sette mesi, la morte decide di riprendere il suo lavoro. Però a una condizione: invierà in anticipo una lettera ai predestinati.

Vi dirò, io personalmente l’ho sempre desiderato: sapere, con breve anticipo, quando morirò. Ecco, ho cambiato completamente idea. Ahimè, grazie a questo libro mi sono scontrata in faccia con la realtà.

Sapete cosa fanno le persone che sanno prematuramente della morte, invece di godersi gli ultimi momenti? Vivono con l’ansia, con il pensiero fisso del giorno in cui moriranno. Quindi non fanno niente, assolutamente niente. Oppure, in altri casi, sprecano le giornate andando a puttane. Ho pensato: dannazione, è proprio vero. Sì, perchè è esattamente questo ciò che accadrebbe.

Josè Saramago non è un autore semplice, anzi. Quello che rende complicata la lettura, è il suo stile unico. Periodi lunghissimi, e quel modo particolare di usare le virgole. La totale assenza di altri segni di punteggiatura, se non queste ultime e i punti.

La prima impressione che hai, aprendo un libro di Josè Saramago, è: ma come diamine scrive questo? Nessuno scrive così.                                                                                             Esatto, nessuno scrive così. Ecco perchè, oltre al fatto che è in grado di rispondere ai grandi dubbi dell’umanità, a Josè Saramago è stato attribuito il Premio Nobel per la letteratura. Se mai vorrete leggere un suo libro, non potete permettervi di essere distratti. Ogni singolo passaggio è fondamentale.

Mi ha rapita molto vedere i nomi di persona scritti in minuscolo. Nomi come Dio, Adamo ed Eva, e tutti gli altri della Bibbia. E, tranne nel caso della morte,non è spiegato il perchè. Cosicchè, a prima vista, ho pensato che c’entrasse qualcosa la religione. Ma, proseguendo, ho visto che anche Marcel Proust era scritto con le iniziali in minuscolo. Semplicemente, ogni nome di persona, rilevante storicamente e non, era scritto con le iniziali minuscole.

Mi è subito venuto in mente un autore studiato in spagnolo, Jorge Manrique, che parla del potere igualatorio della morte, in particolare la copla III. Non importa chi tu sia, puoi essere anche Dio, ma tutti siamo uguali di fronte alla morte. Quella morte che non sappiamo mai esattamente quando arriva, e che ci spiazza.

Ma c’è davvero da averne paura? Chiedetevelo. Cosa fa piu’ paura, morire oppure vivere in eterno?  “La morte non è l’opposto della vita, ma una sua parte integrante”, scrive Murakami in Norwegian Wood ( andate qui per la mia recensione Giovani innamorati al tempo della rivoluzione.). Ecco è così che la penso.

Io non ho paura di morire, ma piuttosto di vivere in eterno. E voi? Se ancora siete indecisi, dopo aver letto quest’opera non avrete piu’ alcuna esitazione.

“Ciascuno di voi ha una propria morte, la porta con sé in un luogo segreto sin da quando nasce, lei appartiene a te, tu appartieni a lei.”

Books #tag: 25 domande sui libri

Navigando su Internet, ho trovato per caso questo tag, composto da 25 domande alle quali rispondere, sempre a tema libri. Ho pensato: perchè non farlo? Per come la vedo io è un modo diverso per parlare di letture. E poi, chissà se qualcuno di voi ha le stesse abitudini oppure ne ha di simili.

1. Come scegli i libri da leggere?

Negli ultimi tempi entro in libreria con le idee già chiare su cosa voglio comprare. Il mio vero dramma, infatti, è proprio la scelta di cosa leggere. Spesso guardo recensioni online, ma diciamo che non mi fido. Anche se un libro è recensito come pessimo, se a me piace lo compro ugualmente. Idem se un libro è etichettato come capolavoro ma a me non convince del tutto. Per fortuna, mi capita di rado che ci siano molte recensioni negative su un libro che mi interessa.

La prima cosa che guardo è il titolo. Come ben saprete in libreria di titoli ce ne sono a migliaia, e penso che libri come “Io+te” (titolo inventatato sul momento) possano tranquillamente rimanere sullo scaffale.

Una volta trovato un titolo che mi attira, leggo la trama. Essenzialmente quello che deve piacermi è il contenuto del libro, quindi alla copertina faccio poca attenzione. Ma lo ammetto, se dopo aver letto la trama sono indecisa, a volte la copertina può influenzare sulla scelta.

Essenziale quanto il titolo è l’autore. Di solito non giudico, nel senso che sugli autori verso i quali ci sono opinioni controverse preferisco farmi, sempre e comunque, una mia opinione. Sappiate però che ho una lista di autori dai quali voglio, anzi devo, tenermi alla larga il piu’ possibile.

2.  Dove compri i libri, in libreria o online?

Generalmente faccio pochissimi acquisti online, quando poi si tratta di libri sono molto tradizionale. Libreria sempre e comunque.

3. Aspetti di finire un libro prima di acquistarne un altro?

Dipende. Di solito preferisco finirne uno e poi comprarne un altro, però alcune volte ho una sfilza di libri in attesa di essere letti. Diciamo che vado molto a periodi.

4. Di solito quando leggi?

Appena ho un momento libero. Ad esempio la sera, dopo aver terminato i vari impegni quotidiani. Insomma, un pò di tempo lo trovo sempre.

5. Ti fai influenzare dal numero di pagine quando leggi un libro?

Assolutamente no. Se un libro mi piace, che abbia 100 pagine oppure 500 mi è completamente indifferente. L’importante non è la quantità ma la qualità. Ho letto libri di 100 pagine, o anche di meno, in grado di affrontare tematiche di ogni tipo, così come ho letto libri di 500 pagine basati praticamente sul nulla. Devo però confessarvi che ci sono periodi di stanca in cui evito i libri molto lunghi e preferisco rimandarne di un pò la lettura.

6. Genere preferito?

Prima di tutto romanzi, poi i classici, i gialli, i thriller, noir, drammatici, alcuni romanzi rosa (non harmony), alcuni young adult… Apprezzo piu’ o meno tutto, tranne il fantasy e la fantascienza, per i quali non impazzisco.

7. Hai un autore preferito?

Domanda difficile. No, non ho un autore preferito, ma ne ho alcuni di cui ammiro lo stile. Non posso, ovviamente, non citare Alessandro D’ avenia. Poi aggiungerei anche Patrick Suskind e Dostoevskij (pur avendo letto, momentaneamente, soltanto uno dei loro libri). Per quanto riguarda le autrici femminili, preferisco Agatha Christie, Virginia Woolf, e come autrice contemporanea, Margaret Mazzantini.

8. Quando è iniziata la tua passione per la lettura?

Ne ho già parlato in un precedente articolo, comunque all’incirca all’ età di otto anni.

9. Presti libri?

Sì, ma soltanto a persone fidate. E anche in quest’ultimo caso mi duole profondamente il cuore ogni volta che ne presto uno.

10. Leggi un libro alla volta oppure riesci a leggerne diversi tutti insieme?

Assolutamente uno alla volta, non importa se ho piu’ libri da leggere. Ogni libro ha bisogno del proprio spazio e del proprio tempo per essere letto, e anche per essere compreso.

11. I tuoi amici/familiari leggono?

Per quanto riguarda gli amici, sono molto variabili. Alcuni sì, altri raramente, altri ancora non leggono proprio. Invece in famiglia, nel senso stretto (io, mamma, papà e mio fratello), sono quella che legge di piu’. A mia madre piace leggere ma legge meno di me. Mio fratello e mio padre leggono principalmente fumetti (manga nel primo caso, Diabolik e a volte Topolino nel secondo.)

12. Quanto ci metti mediamente a leggere un libro?

Leggo abbastanza rapidamente, ovvero per terminare un libro di 150 pagine circa impiego piu’ o meno un’ora, un’ora e mezzo se il testo ha bisogno di una maggiore riflessione. Supponendo che io debba leggere un libro di 350 pagine, mi bastano circa tre ore .

13. Quando vedi una persona che legge (ad esempio sui mezzi pubblici) ti metti immediatamente a sbirciare il titolo del suo libro?

Ebbene sì, mi avete beccata. E’ un modo efficace e gratuito per scoprire nuove letture, inoltre la curiosità è umana.

14. Se tutti i libri del mondo dovessero essere distrutti e potessi salvarne solo uno quale sarebbe? 

E’ impossibile per me sceglierne solo uno. Onestamente, se tutti i libri del mondo dovessero essere distrutti, io penso che farei di tutto per salvarne il piu’ possibile.

15. Perchè ti piace leggere?

A questa domanda ci ho dedicato un intero articolo. Vi lascio qui il link: Perchè leggere?

16. Leggi libri in prestito (da amici o dalla biblioteca) o solo libri che possiedi?

Entrambe le cose. Se devo scegliere preferisco comprarli, così da averli sempre con me e poterli riprendere in mano quando voglio.

17. Qual è il libro che non sei mai riuscito a finire?

Non è frequente che io lasci un libro incompleto, anzi. Comunque, un esempio recente è Madame Bovary di Gustave Flaubert. Niente da dire, è un libro dal valore inestimabile. Unico punto dolente, ahimè, è che l’ho trovato in parte noioso a causa delle descrizioni estremamente dettagliate. Certamente c’è anche da dire che questo rende onore all’autore, in particolare al suo stile. Ho provato a dargli una possibilità, ma a metà libro sono stata costretta ad interrompere le lettura. Evidentemente non sono ancora pronta. Cara Madame Bovarytranquilla, rileggerò sicuramente la tua storia tra qualche anno.

18. Hai mai comprato un libro solo perchè aveva una bella copertina, e cosa ti attrae nella copertina di un libro?

No, mai. Come specificato nel punto 1, a volte la copertina può influenzare nel mio giudizio, ma la cosa piu’ importante rimane la trama. Non comprerei mai un libro, non sapendo cosa c’è dentro, solo perchè ha una bella copertina.

Non ho gusti specifici per quanto riguarda la copertina di un libro. Mi piacciono quelle copertine che, separate dal libro, possono essere considerate delle piccole opere d’arte. La copertina deve trasmettermi qualcosa.

19. C’è una casa editrice che ami particolarmente, e perchè?

Non ho una casa editrice preferita.

20. Porti i libri dappertutto (ad esempio in spiaggia o sui mezzi pubblici) o li tieni “al sicuro” dentro casa? 

Cerco di tenerli dentro casa. Li porto raramente in giro poichè o non riesco a trovare il tempo materiale per leggere, oppure non si verifica la condizione ideale per iniziare una lettura: il silenzio. Non riesco a leggere in posti dove c’è troppa confusione, rumore di sottofondo. Altro motivo per cui ho quasi sempre con me un paio di cuffiette.

21. Qual è il libro che ti hanno regalato che hai gradito maggiormente?

Solitamente i libri che mi regalano sono libri che scelgo io, quindi li apprezzo tutti ( o quasi). Se devo selezionarne uno recente, direi Il buio oltre la siepe di Harper Lee, che però sono sempre stata io a richiedere. Altrimenti un libro regalatomi, non scelto da me, e che mi è piaciuto è Ragioni per vivere di Amy Hempel. 

22. Come scegli un libro da regalare?

Solitamente evito di regalare libri poichè li ritengo una cosa personale, quindi devo avere la certezza che la persona gradisca quello che le sto regalando. Preferisco quindi farmi dire dalla persona stessa se c’è un libro che desidera.

23. La tua libreria è ordinata secondo un criterio o tieni i libri in ordine sparso?
Non ho un vero e proprio ordine, diciamo che li ordino per contenuti simili. Per il resto, l’unica regola che rispetto è mettere necessariamente vicini tutti i libri di uno stesso autore.
24. Quando leggi un libro che ha delle note le leggi o le salti?
Sono solita leggerle, almenochè non siano estremamente lunghe oppure riguardino la vita dell’ autore. In tal caso, preferisco magari leggerle alla fine, oppure evitarle completamente.
25. Leggi eventuali introduzioni, prefazioni o postfazioni dei libri o le salti?
Diciamo che il concetto è lo stesso della domanda 25. Mi interessano molto se riguardano l’opera e servono a capirla meglio, poco se si parla della biografia dell’autore.

Amore, vita e morte.

Una lettura abbastanza leggera, ma che al tempo stesso ha il suo perchè. Probabilmente il titolo l’avrete già sentito nominare, anche piu’ di una volta. Si tratta di Io prima di te di Jojo Moyes.

Perchè chiamarlo proprio Io prima di te? Niente di piu’ semplice. Infatti, per Louisa Clark, l’esuberante protagonista ventiseienne di questo romanzo, esistono due vite. Quella prima di Will, che potremmo definire una specie di prova della vita, e quella dopo dell’incontro con Will, che è la vita vera.

Will Traynor, coprotagonista del romanzo, in seguito ad un grave incidente, si ritrova su una sedia a rotelle. Per lui, abituato ad una vita agiata in giro per il mondo, si rivela fin da subito uno shock. Quello che Will odia piu’ di tutto è l’essere stato costretto a rinunciare alla propria indipendenza, per non parlare dei numerosi problemi di salute con annesse medicine da prendere.

Ma come si incontrano Will e Louisa? Quando quest’ultima perde il suo abituale lavoro. Indecisa su cosa fare, soprattutto viste le sue scarse capacità tecniche, decide di dedicarsi alla cura dei disabili.

Will, che odia la propria vita, poichè non riesce a smettere di pensare a quello che ha perso, in un primo momento è scontroso. Ma Louisa tenterà di approcciarsi in ogni modo possibile, finchè lui non si arrenderà. E così, giorno dopo giorno, nasce un rapporto sempre piu’ speciale.

Louisa cerca di far vedere a Will che la vita è bella, e che ci sono sempre dei motivi per continuare a vivere. Soprattutto peerchè a lui ci tiene, ma in parte anche perchè è il compito affidatogli.

L’obiettivo di Camilla, datrice di lavoro di Louisa e madre di Will, è quello di convincere Will ad accogliere la vita. Sì, perchè la famiglia Traynor nasconde un segreto. Il giovane uomo ha infatti deciso da tempo di morire, però, incoraggiato dai genitori, rimanda di sei mesi. Nonostante tutto, la signora Traynor, incapace di accettare il suicidio del figlio, non si accontenta.

Quando Louisa viene a conoscenza di tutto ciò, del motivo per cui è stata assunta, va fuori di testa. Per un periodo si ritira dal lavoro, ma poi ci ripensa. Accetta di nuovo il suo impiego, e fa di tutto per svolgere al meglio la sua missione. Non tanto per i genitori , ma piuttosto perchè è innamorata di Will, e quindi non riesce a concepire l’idea di lasciarlo andare. Perchè Will le ha insegnato a vivere davvero, facendole vedere le milioni di opportunità che prima non aveva mai colto, e aiutandola ad uscire dalla sua comfort zone.

Insomma, come si concluderà? Will compirà il grande passo, oppure no? L’amore di Louisa sarà abbastanza per fargli cambiare idea?

Quella raccontata, a mio parere, è molto piu’ di una semplice storia d’amore. Infatti l’autrice ci fa riflettere su un tema assai discusso, ovvero quello dell’eutanasia, o meglio, del suicidio assistito. Perchè è proprio così che Will Traynor, recandosi in Svizzera, ha intenzione di morire. Come Louisa e la signora Traynor, ve lo assicuro, anche voi griderete aiuto, e supplicherete Will di non farlo. Ma alla fine riusciremo tutti ad accettarlo.

Ricordatevelo bene, amare qualcuno vuol dire desiderare il bene di quella persona, e metterlo al di sopra di ogni altra cosa, a volte anche del proprio bene. Ecco perchè quello di Louisa e Will è amore vero, la cui fine ci spezza il cuore. Eppure ci fa anche venire voglia  di trovare un amore che sia così vero, così raro.

Lo scorso anno, da questo stesso romanzo,è stato tratto anche un film, di cui consiglio a chiunque la visione.

” E sai una cosa? Nessuno vuole sentir parlare di tutto questo. Nessuno vuole sentirti dire che sei spaventato, o che soffri, o che hai paura di morire per colpa di qualche stupida infezione presa per caso. Nessuno vuole sapere come ci si sente a essere consapevoli che non farai più sesso, non mangerai mai più il cibo che hai cucinato con le tue stesse mani o non potrai più tenere tuo figlio tra le braccia. Nessuno vuole sapere che qualche volta mi sento così intrappolato su questa sedia che ho soltanto voglia di gridare come un pazzo al pensiero di trascorrere un altro giorno inchiodato qui. […]”

 

” Io voglio che lui viva. […] Ma voglio che viva se è lui a desiderarlo.”

 

“C’è fame in te,Clark. C’è audacia. L’hai soltanto sepolta, come fa gran parte della gente.”