Kafka sulla spiaggia come Alice nel Paese delle Meraviglie: tra surreale e reale.

Se mai vi dovesse capitare di leggere Kafka sulla spiaggia, al termine della lettura avrete bisogno di un pò di tempo per riabituarvi al mondo reale. No, non intendo i “classici” due minuti. Vi servirá tutto il bisogno che ci mettete quando vi risvegliate da un lungo sogno. Esagerazione? Forse sì, probabilmente no. Haruki Murakami in questo romanzo è in grado di trasportare chi legge, per circa 500 pagine, in un mondo completamente surreale e a tratti assurdo. Proprio come se stesse sognando, però con gli occhi ben aperti. La storia di un ragazzo maturo per la sua etá, soprannominato Kafka e Nakata, un anziano con la mente di un bambino, a causa di un brutto incidente capitatogli. Due destini che spesso si incrociano, senza però che i due si conoscano. Il destino è un tema portante in questo libro. Kafka è infatti tormentato da una profezia, predetta per lui dal padre, SIMILARE a quella di Epido ( “ucciderai tuo padre e sposerai tua madre”) , ovvero “Ucciderai il padre, e giacerai con la madre e la sorella”. Proprio come Edipo decide di scappare per evitare che tutto ciò si avveri, nonostante sia appena quindicenne. Si mette quindi per strada, guidato dal suo alter ego Il corvo, e termina il viaggio a Takamatsu, dove si reca nella ben nota biblioteca Komura. Qui conosce Oshima e la signora Saeki, verso la quale in seguito svilupperá una sorta di complesso di Edipo. Nel frattempo, Nakata, dotato dell’abilitá di saper comunicare con i gatti (e di altri poteri), nel bel mezzo delle sue imprese, diviene colpevole di un omicidio, in seguito al quale anche egli prende la decisione di scappare. Non sapendo guidare è costretto a chiedere più volte dei passaggi, ma solamente Oshino, spinto dalla somiglianza dell’anziano al nonno deceduto, lo accompagna per la maggior parte del suo viaggio. Nakata si fa trasportare dal destini, poichè non sa dove è diretto ma sa che sará in grado di riconoscerlo una volta arrivato lì. E quel posto è proprio la biblioteca Komura. È lì che si trova l’entrata.

Se avete l’impressione di trovarvi in un’altra dimensione, allora giá avete un’idea generale di che cosa vi mette di fronte il contenuto di questo libro. Però, in tutta questa assurditá, qualcosa vi spingerá inconsapevolmente ad andare avanti: i personaggi sono umani, fragili e a tratti impotenti davanti a ciò che si presenta loro. Kafka sulla spiaggia è una favola per adulti, in cui (non casualmente) lo stile dell’autore ricorda quello di Kafka, nel senso che entrambi utilizzano il surreale per parlare del reale. Ma di che cosa esattamente? Nel caso di Kafka ne La metamorfosi del rapporto conflittuale con il padre, le cui però interpretazioni possono essere diverse (se vi interessa io ne ho parlato qui: Insetti (s)cacciati dalla società.).                                                                                                      Lo stesso concetto vale per Kafka sulla spiaggia, che io ho visto come Alice nel Paese delle Meraviglie 2.0: si parla infatti di un percorso di crescita personale, la ricerca del proprio io. Proprio come nella favola di Lewis Carroll non c’è una vera e propria morale e il senso dell’intero racconto si trova nello svolgimento della storia e non alla fine. Tutte le avventure di Alice potrebbero sembrare senza significato, ma in realtá la aiutano a trovare se stessa. E quando finalmente ciò accade si risveglia.  Se io dovessi riassumere l’intero romanzo userei una citazione che si trova nelle prime pagine:

“E naturalmente dovrai attraversarla, quella violenta tempesta di sabbia. E’ una tempesta metafisica e simbolica. Ma per quanto metafisica e simbolica, lacera la carne come mille rasoi. Molte persone verseranno il loro sangue, e anche tu forse verserai il tuo. Sangue caldo e rosso. Che ti macchierà le mani. E’ il tuo sangue, e anche sangue di altri.Poi, quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato. Sì, questo è il significato di quella tempesta di sabbia”

 

 

 

 

 

Queste gioie violente hanno una fine violenta.

Dopo aver letto un brano di Romeo e Giulietta in classe, ne sono rimasta affascinata. Così ho deciso di leggere l’intera opera. La storia è risaputa, Romeo e Giulietta si amano, ma il loro amore è ostacolato dalla rivalitá tra le loro famiglie. Essendo una tragedia, ovviamente per i due non  esiste un lieto fine. Anche se effettivamente, si ritroveranno ugualmente insieme. Il loro amore è così puro, così vero che le due metá proprio non ci riescono a stare separate. Certo, l’opera evidenzia molti temi, come ad esempio l’inutilità dell’odio, che porta dolore e morte. Ma io penso onestamente che questo testo, al giorno d’oggi, è validissimo, poichè assume un significato altrettanto importante.

Leggendo, mi è venuto da chiedermi: è amore o soltanto passione? Certo, i due sono innamorati, ma non hanno la più pallida idea di cosa sia davvero l’amore. Divorati dal desiderio l’uno dell’altro, finiscono per consumarsi. Perchè, può per Romeo Montecchi esistere una vita senza Giulietta Capuleti? E può per Giulietta Capuleti può esistere una vita senza Romeo Montecchi? Non c’è proprio storia. Ed ecco che non si parla più di due metá, ma quasi di un’ unica persona con una sola anima. L’io pian piano si deteriora, trasformandosi in un noi, che muore anch’esso. Esistiamo noi, e non c’è io, se non c’è un noi. È una malattia che si trasmette di generazione in generazione , che infetta soprattutto i giovani, questa di fondersi completamente quasi fino a dimenticarsi se stessi. A mio parere, questo messaggio dell’opera è riassunto in una frase pronunciata da Frate Lorenzo:

“Queste gioie violente hanno violenta fine, e muoiono nel loro trionfo, come il fuoco e la polvere da sparo, che si distruggono al primo bacio. Il più squisito miele diviene stucchevole per la sua stessa dolcezza, e basta assaggiarlo per levarsene la voglia. Perciò ama moderatamente: l’amore che dura fa così.”

E’ così che bisogna amare, senza fare di quella persona la nostra unica ragione di vita. Bisogna amare con la consapevolezza che oltre ad un noi c’è anche un io. Bisogna amare in modo sano, razionale. Non intendo dire scordando i sentimenti , ma non facendosi sbranare da essi. Amate di un amore maturo, per quanto difficile da coltivare. Amate essendoci l’uno per l’altro, non diventando l’uno il riflesso dell’altro. Non amate come Romeo e Giulietta, o altrimenti per voi non c’è speranza.

 

 

 

 

5 personaggi che ho amato dei libri

In questi lunghi anni da lettrice, ne ho incontrati di personaggi. Alcuni reali, altri immaginari. Alcuni così simili a me, altri no. Alcuni li ho amati, di altri non posso dire lo stesso. Ad ogni modo, oggi è dei primi che vorrei parlarvi. Quei personaggi che, ne sono certa, non scorderò mai.

  1. Atticus Finch da Il buio oltre la siepe

Ci fossero piu’ uomini come lui, vi assicuro che il mondo sarebbe un posto migliore. Avvocato onesto,che non si lascia trascinare dalle circostanza ma resta fedele ai suoi principi, uomo giusto e ottimo padre. Completamente privo di pregiudizi, cerca di trasmettere questi suoi valori al prossimo. Non è certamente perfetto, nel farlo compie degli  errori, ma sa rimediarvi. Un vero e proprio esempio di umanità, impossibile da non apprezzare.

2. Clarisse McClellan da Fahrenheit 451

“Ho diciassette anni e sono pazza.” Così si definisce Clarisse. Ma è pazza davvero? Niente affatto. Anzi, a dirla tutta, lei è forse è quella piu’ “normale”. Amante del dialogo, della natura, delle bellezza delle piccole cose e grande osservatrice. La nostra Clarisse farà aprire gli occhi a Guy, il protagonista, facendogli riscoprire questi valori, ormai da tempo perduti nella società in cui vivono. Pur essendo così giovane, sembra una donna di altri tempi. L’ho ammirata fin dall’inizio per quel suo modo così diverso di vedere il mondo, di ragionare, in cui un pò mi rispecchio.

3. Tamar da Qualcuno con cui correre

Quando Tamar sente la chiamata di aiuto da parte di suo fratello Shay non esita neanche un istante, anzi si butta in questa avventura. E che avventura! Sarà costretta continuamente a rivalutarsi, a sfidarsi, a lanciarsi sempre su un piano piu’ alto. Eppure, dietro quella corazza fatta di ferro,Tamar ha le sue fragilità, come è normale per qualsiasi ragazza di sedicenne anni. Solo che non si lascia abbattere da esse, ma anzi le usa per ricominciare da capo. La sua determinazione, oltre che ad una crescita personale, la porterà lontano.

4. Scout Finch da Il buio oltre la siepe

“Accipicchia, che caratterino questa ragazzina!” Ecco la prima cosa che ho pensato mentre leggevo. Scout non si fa comandare  proprio da nessuno, soprattutto dalle zie che le dicono che dovrebbe portare la gonna e comportarsi da signorina. Ad affermazioni simili, lei si ribella, batte i piedi, e continua ad indossare i suoi amati pantaloni. Sì, sarà pure una bambina ma ha già capito un importante segreto: mai farsi mettere i piedi in testa da nessuno, mai farsi dire cosa si può o non si può fare. Già me lo immagino in futuro, una donna che farà certamente strada nella vita.

5. Liesel Meminger da Storia di una ladra di libri

Se dovessi trovare un aggettivo per descriverla, direi certamente forte. E’ dura avere a che fare con certe esperienze di vita all’età di soli dieci anni, eppure Liesel non si scoraggia, resta positiva. E poi, quando trova nei libri i suoi migliori amici, fa di tutto per salvarli dalle mani dei nazisti che vogliono bruciarli, con una costanza e una tenacia piuttosto notevoli per una bambina.

 

Ne ho scelti soltanto cinque, ma mi sembra giusto nominarvi altri personaggi che ritengo meritevoli. Sam e Charlie da Noi siamo infinito, Giulio da Cose che nessuno sa, Il piccolo principe, La piccola sarta cinese da Balzac e la piccola sarta cinese, Holden Caulfield da Il giovane Holden, Midori da Norwegian Wood Padre Pino Puglisi (personaggio reale) e Lucia da Ciò che inferno non è. 

 

Destinati a rimanere soli?

Di questo libro, vincitore del Premio Strega nel 2008, ho sentito e letto molte opinioni positive. Sembra proprio che La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano sia un must have, soprattutto per i giovani. Ahimè, nonostante ciò non mi ha fatta impazzire.

Come si deduce dal titolo, l’intero libro racconta di solitudine e altri disagi che sono tipici degli adolescenti. Ecco perchè piace tanto ai ragazzi. Ma cosa c’entrano i numeri primi? Mattia e Alice, i due protagonisti, vengono descritti come due numeri primi gemelli, ovvero una coppia di numeri primi che non può stare insieme perchè separata da una numero pari. Essi sono ” soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero.

Entrambi sono legati da un passato difficile, un “trauma” che li ha segnati nel profondo.

Alice e uno spiacevole imprevisto sulla pista da sci, che la fa sentire inadeguata rispetto ai suoi coetanei.  Mattia e quella grande voglia , e totalmente normale, di appartenere ad un un gruppo, che lo porterà a compiere un gesto di cui si pentirà per sempre. Crescendo questi episodi sfoceranno in anoressia nervosa, autolesionismo e altri disturbi psichici.

Mattia e Alice si incontrano casualmente nei corridoi di una scuola e vengono attratti l’uno dal vuoto esistenziale dell’altro, come due calamite. Inutile dire che questa relazione non andrà a buon fine. Ma non sarà l’unica.                                                          Ogni relazione che questi due personaggi creano sembra destinata, inevitabilmente, in un modo o nell’altro, a dissolversi. Perchè? Quelle ferite che si portano dentro, non essendo mai state curate, possono riaprirsi all’improvviso e rovinare tutto. E’ esattamente questo quello che accade.

Insomma, dopo una serie di tentativi inconcludenti di creare un rapporto con qualcuno, entrambi giungono ad una conclusione. Sembra proprio che alla fine Mattia e Alice ci abbiano rinunciato. Sono consapevoli di esseri numeri primi, destinati a rimanere da soli. Non hanno bisogno di nessuno, se non di loro stessi.

Sono rimasta veramente delusa dal finale di questo libro, ma non solo.                Sono rimasta delusa soprattutto da Alice e Mattia, dal loro atteggiamento costantemente passivo. Intravedono un’ opportunità e se la lasciano passare davanti, e tu desideri poter entrare nella storia e metterti a gridare loro di agire, di fare qualcosa. Invece non fanno altro che sfrondare nel loro vuoto, rimuginando sul passato e dimenticandosi del presente. Ma,in fondo, loro che ci possono fare? Sono due numeri primi. Il loro destino è rimanere da soli,eternamente. Bhè, io credo che il destino ce la facciamo noi, con tutte le scelte che compiamo ogni giorno.

Paolo Giordano è stato molto bravo nel descrivere le problematiche tipiche degli adolescenti, ma ritengo che il libro venga troppo spesso sopravvalutato.Aristotele affermava che chi non è in grado di entrare nella comunità o per la sua autosufficienza non ne sente il bisogno, non è parte dello stato, e di conseguenza è o bestia o dio.  L’essere umano è un animale sociale (zoon politikon) , e quindi nessun uomo che sia tale sceglie veramente di restare solo.                                                                                                                 Lo svolgersi della vicenda, man mano che si procede con la lettura, sembra allontanarsi sempre un pò di piu’ dalla realtà, per entrare in un mondo quasi parallelo, dove apparentemente l’unica risposta è la solitudine. Ma questo è davvero possibile per un qualsiasi essere umano?

Comunque, alla fine credo che l’insegnamento da trarre sia questo: voi non siate come Mattia e Alice, non state a guardare, a lamentarvi di ciò che vi è stato, mentre le cose piu’ belle della vita vi passano davanti.

“Come ci si sente stupidi a pensare a tutto il tempo che sprechiamo a desiderare di essere altrove.”

 

 

 

Paura di morire oppure paura di vivere in eterno?

Si sa, alcuni uomini hanno paura di morire. Chissà se, questi stessi uomini, si sono mai chiesti cosa succederebbe se il loro piu’ grande sogno, ovvero quello di non morire mai, diventasse realtà. Forse sì, o forse no. Forse tutti ce lo siamo chiesti almeno una volta. Ecco, Josè Saramago, ne Le intermittenze della morte, cerca di dare una risposta a questo grande quesito.

A mezzanotte del 31 dicembre di un anno qualsiasi, in un Paese qualsiasi, anonimo, la morte va in sciopero. Succede tutto all’improvviso, senza spiegazione. La gente, semplicemente dal nulla, smette di morire. Ma che effetti ha questo sulla società, sulle persone stesse?

La prima a risentirne è la chiesa. Milioni di fedeli che sperano in una vita nell’aldilà. Ma come fa ad esserci vita dopo la morte, se la morte non c’è piu’? Non può esistere resurrezione senza morte, per questo la chiesa perde automaticamente di credibilità.

Vogliamo poi parlare delle pompe funebri ? Come manderanno avanti gli affari se non muore piu’ nessuno? O ancora delle case di riposo? E le assicurazioni? Ah, e infine del sovraffollamento generale.

Insomma, il grande sogno dell’uomo, ovvero la vita eterna, sembra rilevarsi un disastro.

Per questo una famiglia, di cui padre e figlio sono malati, decide di recarsi sul confine, dove potranno morire. Infatti la morte ha smesso di uccidere soltanto in un Paese, mentre negli altri ancora si muore. Da questo primo spostamento ne partiranno altri, finchè anche la politica sarà coinvolta.

Vedendo quello che accade, dopo un periodo di sette mesi, la morte decide di riprendere il suo lavoro. Però a una condizione: invierà in anticipo una lettera ai predestinati.

Vi dirò, io personalmente l’ho sempre desiderato: sapere, con breve anticipo, quando morirò. Ecco, ho cambiato completamente idea. Ahimè, grazie a questo libro mi sono scontrata in faccia con la realtà.

Sapete cosa fanno le persone che sanno prematuramente della morte, invece di godersi gli ultimi momenti? Vivono con l’ansia, con il pensiero fisso del giorno in cui moriranno. Quindi non fanno niente, assolutamente niente. Oppure, in altri casi, sprecano le giornate andando a puttane. Ho pensato: dannazione, è proprio vero. Sì, perchè è esattamente questo ciò che accadrebbe.

Josè Saramago non è un autore semplice, anzi. Quello che rende complicata la lettura, è il suo stile unico. Periodi lunghissimi, e quel modo particolare di usare le virgole. La totale assenza di altri segni di punteggiatura, se non queste ultime e i punti.

La prima impressione che hai, aprendo un libro di Josè Saramago, è: ma come diamine scrive questo? Nessuno scrive così.                                                                                             Esatto, nessuno scrive così. Ecco perchè, oltre al fatto che è in grado di rispondere ai grandi dubbi dell’umanità, a Josè Saramago è stato attribuito il Premio Nobel per la letteratura. Se mai vorrete leggere un suo libro, non potete permettervi di essere distratti. Ogni singolo passaggio è fondamentale.

Mi ha rapita molto vedere i nomi di persona scritti in minuscolo. Nomi come Dio, Adamo ed Eva, e tutti gli altri della Bibbia. E, tranne nel caso della morte,non è spiegato perchè. Cosicchè, a prima vista, ho pensato che c’entrasse qualcosa la religione. Ma, proseguendo, ho visto che anche Marcel Proust era scritto con le iniziali in minuscolo. Semplicemente, ogni nome di persona, considerata importante e non, era scritto con le iniziali minuscole.

Mi è subito venuto in mente un autore studiato in spagnolo, Jorge Manrique, che parla del potere igualatorio della morte, in particolare la copla III. Non importa chi tu sia, può essere anche Dio, ma tutti siamo uguali di fronte alla morte. Quella morte che non sappiamo mai esattamente quando arriva, e che ci spiazza.

Ma c’è davvero da averne paura? Chiedetevelo. Cosa fa piu’ paura, morire oppure vivere in eterno?  “La morte non è l’opposto della vita, ma una sua parte integrante”, scrive Murakami in Norwegian Wood ( andate qui per la mia recensione Giovani innamorati al tempo della rivoluzione.). Ecco è così che la penso.

Io non ho paura di morire, ma piuttosto di vivere in eterno. E voi? Se ancora siete indecisi, dopo aver letto quest’opera non avrete piu’ alcuna esitazione.

“Ciascuno di voi ha una propria morte, la porta con sé in un luogo segreto sin da quando nasce, lei appartiene a te, tu appartieni a lei.”

Books #tag: 25 domande sui libri

Navigando su Internet, ho trovato per caso questo tag, composto da 25 domande alle quali rispondere, sempre a tema libri. Ho pensato: perchè non farlo? Per come la vedo io è un modo diverso per parlare di letture. E poi, chissà se qualcuno di voi ha le stesse abitudini oppure ne ha di simili.

1. Come scegli i libri da leggere?

Negli ultimi tempi entro in libreria con le idee già chiare su cosa voglio comprare. Il mio vero dramma, infatti, è proprio la scelta di cosa leggere. Spesso guardo recensioni online, ma diciamo che non mi fido. Anche se un libro è recensito come pessimo, se a me piace lo compro ugualmente. Idem se un libro è etichettato come capolavoro ma a me non convince del tutto. Per fortuna, mi capita di rado che ci siano molte recensioni negative su un libro che mi interessa.

La prima cosa che guardo è il titolo. Come ben saprete in libreria di titoli ce ne sono a migliaia, e penso che libri come “Io+te” (titolo inventatato sul momento) possano tranquillamente rimanere sullo scaffale.

Una volta trovato un titolo che mi attira, leggo la trama. Essenzialmente quello che deve piacermi è il contenuto del libro, quindi alla copertina faccio poca attenzione. Ma lo ammetto, se dopo aver letto la trama sono indecisa, a volte la copertina può influenzare sulla scelta.

Essenziale quanto il titolo è l’autore. Di solito non giudico, nel senso che sugli autori verso i quali ci sono opinioni controverse preferisco farmi, sempre e comunque, una mia opinione. Sappiate però che ho una lista di autori dai quali voglio, anzi devo, tenermi alla larga il piu’ possibile.

2.  Dove compri i libri, in libreria o online?

Generalmente faccio pochissimi acquisti online, quando poi si tratta di libri sono molto tradizionale. Libreria sempre e comunque.

3. Aspetti di finire un libro prima di acquistarne un altro?

Dipende. Di solito preferisco finirne uno e poi comprarne un altro, però alcune volte ho una sfilza di libri in attesa di essere letti. Diciamo che vado molto a periodi.

4. Di solito quando leggi?

Appena ho un momento libero. Ad esempio la sera, dopo aver terminato i vari impegni quotidiani. Insomma, un pò di tempo lo trovo sempre.

5. Ti fai influenzare dal numero di pagine quando leggi un libro?

Assolutamente no. Se un libro mi piace, che abbia 100 pagine oppure 500 mi è completamente indifferente. L’importante non è la quantità ma la qualità. Ho letto libri di 100 pagine, o anche di meno, in grado di affrontare tematiche di ogni tipo, così come ho letto libri di 500 pagine basati praticamente sul nulla. Devo però confessarvi che ci sono periodi di stanca in cui evito i libri molto lunghi e preferisco rimandarne di un pò la lettura.

6. Genere preferito?

Prima di tutto romanzi, poi i classici, i gialli, i thriller, noir, drammatici, alcuni romanzi rosa (non harmony), alcuni young adult… Apprezzo piu’ o meno tutto, tranne il fantasy e la fantascienza, per i quali non impazzisco.

7. Hai un autore preferito?

Domanda difficile. No, non ho un autore preferito, ma ne ho alcuni di cui ammiro lo stile. Non posso, ovviamente, non citare Alessandro D’ avenia. Poi aggiungerei anche Patrick Suskind e Dostoevskij (pur avendo letto, momentaneamente, soltanto uno dei loro libri). Per quanto riguarda le autrici femminili, preferisco Agatha Christie, Virginia Woolf, e come autrice contemporanea, Margaret Mazzantini.

8. Quando è iniziata la tua passione per la lettura?

Ne ho già parlato in un precedente articolo, comunque all’incirca all’ età di otto anni.

9. Presti libri?

Sì, ma soltanto a persone fidate. E anche in quest’ultimo caso mi duole profondamente il cuore ogni volta che ne presto uno.

10. Leggi un libro alla volta oppure riesci a leggerne diversi tutti insieme?

Assolutamente uno alla volta, non importa se ho piu’ libri da leggere. Ogni libro ha bisogno del proprio spazio e del proprio tempo per essere letto, e anche per essere compreso.

11. I tuoi amici/familiari leggono?

Per quanto riguarda gli amici, sono molto variabili. Alcuni sì, altri raramente, altri ancora non leggono proprio. Invece in famiglia, nel senso stretto (io, mamma, papà e mio fratello), sono quella che legge di piu’. A mia madre piace leggere ma legge meno di me. Mio fratello e mio padre leggono principalmente fumetti (manga nel primo caso, Diabolik e a volte Topolino nel secondo.)

12. Quanto ci metti mediamente a leggere un libro?

Leggo abbastanza rapidamente, ovvero per terminare un libro di 150 pagine circa impiego piu’ o meno un’ora, un’ora e mezzo se il testo ha bisogno di una maggiore riflessione. Supponendo che io debba leggere un libro di 350 pagine, mi bastano circa tre ore .

13. Quando vedi una persona che legge (ad esempio sui mezzi pubblici) ti metti immediatamente a sbirciare il titolo del suo libro?

Ebbene sì, mi avete beccata. E’ un modo efficace e gratuito per scoprire nuove letture, inoltre la curiosità è umana.

14. Se tutti i libri del mondo dovessero essere distrutti e potessi salvarne solo uno quale sarebbe? 

E’ impossibile per me sceglierne solo uno. Onestamente, se tutti i libri del mondo dovessero essere distrutti, io penso che farei di tutto per salvarne il piu’ possibile.

15. Perchè ti piace leggere?

A questa domanda ci ho dedicato un intero articolo. Vi lascio qui il link: Perchè leggere?

16. Leggi libri in prestito (da amici o dalla biblioteca) o solo libri che possiedi?

Entrambe le cose. Se devo scegliere preferisco comprarli, così da averli sempre con me e poterli riprendere in mano quando voglio.

17. Qual è il libro che non sei mai riuscito a finire?

Non è frequente che io lasci un libro incompleto, anzi. Comunque, un esempio recente è Madame Bovary di Gustave Flaubert. Niente da dire, è un libro dal valore inestimabile. Unico punto dolente, ahimè, è che l’ho trovato in parte noioso a causa delle descrizioni estremamente dettagliate. Certamente c’è anche da dire che questo rende onore all’autore, in particolare al suo stile. Ho provato a dargli una possibilità, ma a metà libro sono stata costretta ad interrompere le lettura. Evidentemente non sono ancora pronta. Cara Madame Bovarytranquilla, rileggerò sicuramente la tua storia tra qualche anno.

18. Hai mai comprato un libro solo perchè aveva una bella copertina, e cosa ti attrae nella copertina di un libro?

No, mai. Come specificato nel punto 1, a volte la copertina può influenzare nel mio giudizio, ma la cosa piu’ importante rimane la trama. Non comprerei mai un libro, non sapendo cosa c’è dentro, solo perchè ha una bella copertina.

Non ho gusti specifici per quanto riguarda la copertina di un libro. Mi piacciono quelle copertine che, separate dal libro, possono essere considerate delle piccole opere d’arte. La copertina deve trasmettermi qualcosa.

19. C’è una casa editrice che ami particolarmente, e perchè?

Non ho una casa editrice preferita.

20. Porti i libri dappertutto (ad esempio in spiaggia o sui mezzi pubblici) o li tieni “al sicuro” dentro casa? 

Cerco di tenerli dentro casa. Li porto raramente in giro poichè o non riesco a trovare il tempo materiale per leggere, oppure non si verifica la condizione ideale per iniziare una lettura: il silenzio. Non riesco a leggere in posti dove c’è troppa confusione, rumore di sottofondo. Altro motivo per cui ho quasi sempre con me un paio di cuffiette.

21. Qual è il libro che ti hanno regalato che hai gradito maggiormente?

Solitamente i libri che mi regalano sono libri che scelgo io, quindi li apprezzo tutti ( o quasi). Se devo selezionarne uno recente, direi Il buio oltre la siepe di Harper Lee, che però sono sempre stata io a richiedere. Altrimenti un libro regalatomi, non scelto da me, e che mi è piaciuto è Ragioni per vivere di Amy Hempel. 

22. Come scegli un libro da regalare?

Solitamente evito di regalare libri poichè li ritengo una cosa personale, quindi devo avere la certezza che la persona gradisca quello che le sto regalando. Preferisco quindi farmi dire dalla persona stessa se c’è un libro che desidera.

23. La tua libreria è ordinata secondo un criterio o tieni i libri in ordine sparso?
Non ho un vero e proprio ordine, diciamo che li ordino per contenuti simili. Per il resto, l’unica regola che rispetto è mettere necessariamente vicini tutti i libri di uno stesso autore.
24. Quando leggi un libro che ha delle note le leggi o le salti?
Sono solita leggerle, almenochè non siano estremamente lunghe oppure riguardino la vita dell’ autore. In tal caso, preferisco magari leggerle alla fine, oppure evitarle completamente.
25. Leggi eventuali introduzioni, prefazioni o postfazioni dei libri o le salti?
Diciamo che il concetto è lo stesso della domanda 25. Mi interessano molto se riguardano l’opera e servono a capirla meglio, poco se si parla della biografia dell’autore.

Amore, vita e morte.

Una lettura abbastanza leggera, ma che al tempo stesso ha il suo perchè. Probabilmente il titolo l’avrete già sentito nominare, anche piu’ di una volta. Si tratta di Io prima di te di Jojo Moyes.

Perchè chiamarlo proprio Io prima di te? Niente di piu’ semplice. Infatti, per Louisa Clark, l’esuberante protagonista ventiseienne di questo romanzo, esistono due vite. Quella prima di Will, che potremmo definire una specie di prova della vita, e quella dopo dell’incontro con Will, che è la vita vera.

Will Traynor, coprotagonista del romanzo, in seguito ad un grave incidente, si ritrova su una sedia a rotelle. Per lui, abituato ad una vita agiata in giro per il mondo, si rivela fin da subito uno shock. Quello che Will odia piu’ di tutto è l’essere stato costretto a rinunciare alla propria indipendenza, per non parlare dei numerosi problemi di salute con annesse medicine da prendere.

Ma come si incontrano Will e Louisa? Quando quest’ultima perde il suo abituale lavoro. Indecisa su cosa fare, soprattutto viste le sue scarse capacità tecniche, decide di dedicarsi alla cura dei disabili.

Will, che odia la propria vita, poichè non riesce a smettere di pensare a quello che ha perso, in un primo momento è scontroso. Ma Louisa tenterà di approcciarsi in ogni modo possibile, finchè lui non si arrenderà. E così, giorno dopo giorno, nasce un rapporto sempre piu’ speciale.

Louisa cerca di far vedere a Will che la vita è bella, e che ci sono sempre dei motivi per continuare a vivere. Soprattutto peerchè a lui ci tiene, ma in parte anche perchè è il compito affidatogli.

L’obiettivo di Camilla, datrice di lavoro di Louisa e madre di Will, è quello di convincere Will ad accogliere la vita. Sì, perchè la famiglia Traynor nasconde un segreto. Il giovane uomo ha infatti deciso da tempo di morire, però, incoraggiato dai genitori, rimanda di sei mesi. Nonostante tutto, la signora Traynor, incapace di accettare il suicidio del figlio, non si accontenta.

Quando Louisa viene a conoscenza di tutto ciò, del motivo per cui è stata assunta, va fuori di testa. Per un periodo si ritira dal lavoro, ma poi ci ripensa. Accetta di nuovo il suo impiego, e fa di tutto per svolgere al meglio la sua missione. Non tanto per i genitori , ma piuttosto perchè è innamorata di Will, e quindi non riesce a concepire l’idea di lasciarlo andare. Perchè Will le ha insegnato a vivere davvero, facendole vedere le milioni di opportunità che prima non aveva mai colto, e aiutandola ad uscire dalla sua comfort zone.

Insomma, come si concluderà? Will compirà il grande passo, oppure no? L’amore di Louisa sarà abbastanza per fargli cambiare idea?

Quella raccontata, a mio parere, è molto piu’ di una semplice storia d’amore. Infatti l’autrice ci fa riflettere su un tema assai discusso, ovvero quello dell’eutanasia, o meglio, in questo caso del suicidio assistito. Perchè è proprio così che Will Traynor, recandosi in Svizzera, ha intenzione di morire. Come Louisa e la signora Traynor, ve lo assicuro, anche voi griderete aiuto, e supplicherete Will di non farlo. Ma alla fine riusciremo tutti ad accettarlo.

Ricordatevelo bene, amare qualcuno vuol dire desiderare il bene di quella persona, e metterlo al di sopra di ogni altra cosa, a volte anche del proprio bene. Ecco perchè quello di Louisa e Will è amore vero, la cui fine ci spezza il cuore. Ma ci fa anche venire voglia  di trovare un amore che sia così vero, così raro.

Lo scorso anno, da questo stesso romanzo,è stato tratto anche un film, di cui consiglio a chiunque la visione.

” E sai una cosa? Nessuno vuole sentir parlare di tutto questo. Nessuno vuole sentirti dire che sei spaventato, o che soffri, o che hai paura di morire per colpa di qualche stupida infezione presa per caso. Nessuno vuole sapere come ci si sente a essere consapevoli che non farai più sesso, non mangerai mai più il cibo che hai cucinato con le tue stesse mani o non potrai più tenere tuo figlio tra le braccia. Nessuno vuole sapere che qualche volta mi sento così intrappolato su questa sedia che ho soltanto voglia di gridare come un pazzo al pensiero di trascorrere un altro giorno inchiodato qui. […]”

 

” Io voglio che lui viva. […] Ma voglio che viva se è lui a desiderarlo.”

 

“C’è fame in te,Clark. C’è audacia. L’hai soltanto sepolta, come fa gran parte della gente.”

 

 

Giovani innamorati al tempo della rivoluzione.

In Toru, personaggio principale e narratore di quest’ opera, ho trovato in parte un giovane Holden 2.0, proprio come scritto nel retrocopertina. Forse, però, un giovane Holden un pò più consapevole.

Oggi ho intenzione di parlarvi di Norwegian wood di Haruki Murakami, chiamato anche ” l’autore meno giapponese tra gli autori giapponesi”.  E infatti, la vicenda narrata, nonostante sia ambientata in Giappone, sembra più probabile che si svolga in America o in Inghilterra. Anche il titolo, ripreso da una canzone dei Beatles, di certo non ci riconduce alle tradizioni orientali. Haruki scrive una nota di suo pugno, nel quale ci racconta di aver scritto il libro in giro per diversi paesi dell’ Occidente, dai quali è stato particolarmente influenzato. Tra questi c’è anche l’Italia, in particolare Roma.

Perchè tra tanti cantanti, tra tante bands, Murakami ha scelto proprio un brano dei Beatles?  Perchè ci troviamo nel Sessantotto: gli anni della “rivoluzione”, della rivolta studentesca. Non c’è quindi da sorprendersi se il sesso non è certo un argomento taboo, anzi. Al contrario, sembra far parte della routine quotidiana. Quello che é veramente  sconcertante è il numero di suicidi presenti in questo libro (sono tre) , e la concezione della morte come parte integrante della vita. Probabilmente questo è più un pensiero orientale.

Toru, giunto all’etá di trentasette anni, si trova su un aereo, quando sente le note di Norwegian Wood. Immediatamente torna indietro agli anni della sua giovinezza, nella quale siamo quindi introdotti tramite un lungo flashback.

Il primo ricordo che gli affiora alla mente riguarda Naoko, una ragazza verso cui Toru riservava dei sentimenti speciali. Fragile ,stravolta da un avvenimento in particolare, che continuerá a tormentarla a lungo. Per questo, dopo aver continuato a rimandare, ricorrerá ad una terapia psichiatrica. Lo annuncerá a Toru tramite una lettera, che gli spedirá al college.

Sì, perchè mentre Naoko, a causa dei suoi problemi, è costretta momentaneamente ad abbandonare ogni progetto per il futuro, Toru frequenta il college. Un college nei confronti del quale prova sensazioni contrastanti, che ama e odia allo stesso. Lo odia principalmente per le persone che circolano. Eppure lì in mezzo trova degli amici, come Strurmtruppen, personaggio particolare e improbabile, e come Nagasawa, intellettuale spregiudicato dell’alta societá. Legherà soprattutto con lui, perchè al di lá del suo modo di comportarsi, lo ritiene interessante.

Toru ama circondarsi di persone di questo tipo. Riesce a guardare oltre ogni difetto, se dall’altra trova una mente che lo stimola e che vuole conoscere. Midori , ragazza eccentrica e frizzante, non fa eccezione. Diretta ed ironica, è un personaggio che ti entra quasi subito nel cuore, e finisci per innamortene un pò anche tu. E ammiri il suo essere forte, il non lasciarsi abbattere dalle difficoltá. Insomma, il suo modo di reagire, anche di fronte alla morte, che è così diverso da quello di Naoko. Ma soprattutto, più di tutto questo, il suo modo di ragionare.

In mezzo ad una societá di ragazzi che credono di essere anticomfortisti, ma che in realtá seguono la massa, Midori, pur essendo consapevole di essere una ragazza comune, anticomfortista lo è davvero. Sará lei che ci porterá a riflettere davvero sulla rivoluzione di quegli anni. Haruki, di cui Toru sarebbe l’ alterego, fa uscire il proprio pensiero tramite la bocca di Midori. Semplice ma coinciso, proprio nel modo in cui lei solitamente parla. Anche in questo è così diversa da Naoko, che con le parole fa dei giri interminabili, o ancora peggio, troppo concentrata sulla scelta di quelle giuste, non riesce proprio a trovarle.

“Quando ho cominciato l’università, mi piaceva cantare cosí entrai in un club di musica folk. Arrivati lì per prima cosa ti davano da leggere Marx. C’era poco da fare: tornata a casa mi dovetti mettere a leggere Marx. Cosí alla successiva riunione spiegai che avevo provato a leggere ma non ci avevo capito un tubo. Mi trattarono come un’idiota. Non avevo la minima coscienza critica, mancavo totalmente di visione sociale. Fu tragico, sai? E solo perché avevo confessato di non aver capito un testo.Per non parlare poi della discussione. Tutti usavano le parole piú difficili con l’aria di chi non ha fatto altro in vita sua. Io che non capivo mi azzardavo a fare domande tipo: «Che vuol dire sfruttamento imperialistico? >> […] Ma nessuno mi dava spiegazioni. Anzi, si arrabbiavano sul serio. Come è possibile che non capisci queste cose? mi dicevano. Come pensi di vivere senza un’idea nel cervello? Ma io sono quella che sono. Sono una persona comune. Ma non sono le persone comuni quelle che sostengono la società, e quelle che vengono sfruttate? E sbandierare di fronte alle persone comuni parole che non possono capire me lo chiamate rivoluzione? Trasformazione della società? […] Allora pensai: questi sono solo una massa di mistificatori.  […] Quando arrivano al quarto anno si tagliano i capelli, trovano un bell’impiego alla Mitsubishi, alla TBS, all’IBM o alla Banca Fuji, si prendono una moglie carina che non ha mai letto una parola di Marx e affibbiano ai loro bambini i nomi piú pretenziosi che trovano. Altro che «Distruzione della cooperazione università-industria!» C’è da piangere dalle risate […]. A giugno me ne andai, ero talmente indignata. Ma non è solo il club. Tutta l’università è piena di questi ipocriti. Passano la loro vita tremando, nel terrore che gli altri possano scoprire che non hanno capito qualcosa. […] Sarebbe questa la rivoluzione?  Se la rivoluzione è questa, meglio farne senza. “

Midori, che tu abbia o non abbia espresso il pensiero di Haruki, io mi trovo pienamente d’accordo.

Toru rimane subito affascinato da Midori, e lei non si fa problemi a dichiararsi.  Però c’è Naoko, che non riesce proprio a togliersi dalla testa. Così va a trovarla, nel tentativo di schiarirsi le idee. Non riuscirá a pieno in questo suo obiettivo, ma conoscerá Reiko, una donna con dei problemi ma ormai guarita, che continua, nonostante tutto, a restare in quella clinica in parte per servizio, in parte per la paura di uscirne. Reiko lo aiuterá molto in futuro, e in parte anche lui aiuterá Reiko. Diciamo che saranno l’uno il terapista dell’altra.

Toru resterà confuso tra Midori e Naoko, pur prediligendo quest’ultima, finchè le cose non prenderanno una piega inaspettata (ok, forse un pò me lo aspettavo) . Il finale è  aperto, lasciando così abbastanza spazio alla libera interpretazione. Ad ogni modo, il Toru trentasettenne, è piu’ consapevole e ha sicuramente imparato qualcosa da questa esperienza:

“Quello che lei cercava non era il mio braccio, ma il braccio di qualcuno. Quello che cercava non era il mio calore, ma il calore di qualcuno.”

Prima di concludere, ci tengo a specificare che forse, da quello che ho scritto,  sembra quasi che io non abbia apprezzato il personaggio di Naoko, ma non è così. Ritengo anzi che Naoko, al di lá del suo modo di reagire o meglio di non reagire, possieda sicuramente una profonditá e una sensibilitá che sono piuttosto rare. E in questo sta l’abilitá dell’autore. Nella descrizione dei personaggi, in special modo dei loro sentimenti. Anche le descrizioni dei paesaggi sono notevoli.

Egli scrive, sempre in quella sua nota ” Ogni volta che penso a questo romanzo, ancora oggi alla mia mia mente affiorano i paesaggi dell’Italia degli anni Ottanta. Per questo, se i lettori italiani lo amassero, non potrebbe esserci per me gioia più grande.” Caro Haruki, non so dirti se l’ho amato, ma sicuramente mi è piaciuto.

Un libro che parla di adolescenza, dei primi amori e delle prime scelte. Di quella voglia di distinguersi, di essere diversi.                                                                                                             Ma non è ora di iniziare a chiedersi qual è la vera rivoluzione? 

Insetti (s)cacciati dalla società.

Quando qualcuno riesce, in 60 pagine circa, a racchiudere un significato nascosto e profondo, allora quello deve essere davvero un bravo autore. Ma noi lo sapevamo già, caro Frank Kafka. Insomma, non è un caso se questo racconto, La metamorfosi, è diventato un classico.

Greogor Sasma è un giovane uomo, un commesso viaggiatore, completamente dedito al suo lavoro. Non proprio di sua spontenea volontà , ma piuttosto perchè deve contruibire al mantenimento della famiglia. Non si assenta mai,  e non coltiva altri interessi al di fuori di esso. Eppure tutto questo inizia a stressarlo. Si sente a disagio, come rinchiuso in una gabbia che neanche si è scelto. In seguito ad una notte terrificante, senza che ci venga fornito il perchè, si sveglia improvvisamente mutato in un insetto.                              E provate ad indovinare cosa pensa? Ebbene sì, la prima cosa che si domanda è come farà ad andare al lavoro. Come camperà la famiglia senza lui?                                                  I famigliari, al contrario, non hanno di questi problemi. La semplice visione di lui in quel corpo li terrorizza. Inoltre, venuti a conoscenza della sua incapacità di lavorare in tali condizioni, Gregor diventa sempre di piu’ un peso ai loro occhi, oltre che motivo di vergogna e imbarazzo. Tanto enormi sono queste sensazioni, che alla fine decidono di sbarazzarsene.

Kafka ha avuto un rapporto conflittuale con il padre. Profondo e sensibile il primo, pratico il secondo. Certamente il padre desiderava che il figlio avesse piu’ la testa sulle le spalle, ma la natura di Frank era intellettuale e artistica.                          Kafka sfrutta la propria esperienza famigliare per scrivere un racconto che contiene tutto il male di vivere tipico di chi non si sente accettato, neanche dai propri cari. La solitudine e l’isolamento di Gregor sono quelli dell’autore. Inoltre sono anche quelli di tante altre persone, considerate insetti dalla società. Persone con particolari malattie fisiche o psicologiche, ma non solo.                                                                                                                           Soprattutto di persone che non si accontentano della superficie, ma vogliono arrivare a capire l’essenza delle cose. Persone, che come proprio come Gregor, sono scomode. Perchè hanno il coraggio di pensare con la propria testa. E ciò è raro, devo dire. Perchè è invece piu’ comodo prendere tutto per come è, senza interrogarsi troppo.                             Ricordatevelo sempre, lo schiavo che riuscì a liberarsi e ad uscire dalla caverna, venne ritenuto “matto” da quelli ancora incatenati. Fu accusato di dire delle assurdità, eppure era l’unico a conoscere la realtà.

Una grande metafora del diverso e della società, che l’ha sempre rifiutato e sempre lo rifiuterà. Una società a cui vai bene soltanto se ti adegui. Ma noi diciamo di no. Come Gregor soffriremo, perchè è esigenza dell’uomo quella di appartenere ad un gruppo, ovvero di omologarsi. Eppure non lasciamo che questo ci fermi, continuamo a cercare. Perchè la ricerca conduce alla verità, e quindi alla libertà. Soltanto cercando riusciremo a liberarci dalla manette.

 

I miei 15 libri preferiti

Oggi, 23 Aprile 2017, è il ventunesimo anniversario della giornata mondiale del libro. Lo scopo di questo evento è promuovere la lettura. Quindi, per festeggiare, voglio condividere con voi i miei 15 libri preferiti; quelli che mi hanno lasciato qualcosa di importante, che mi hanno segnata. Stilare una lista è stato piuttosto difficile, ma alla fine ce l’ho fatta. Di alcuni ne ho già parlato in precedenza, di altri no. Partendo dal presupposto che, ovviamente, questa classifica è in continua evoluzione, iniziamo:

  1. Il piccolo principe di Antoine de Saint- Exupèry    

 DescrizioneE’ la storia dell’incontro tra un aviatore, costretto da un guasto ad un atterraggio di fortuna nel deserto, e un ragazzino alquanto strano, che gli chiede di disegnargli una pecora. Il bambino viene dallo spazio e ha abbandonato il suo piccolo pianeta perchè si sentiva troppo solo lassù: unica sua compagna era una rosa.                                                                                                                                                                                            Chi è che non lo conosce? Un libro senza tempo, che non perde mai significato. Rivolto ai piccoli, ma soprattutto ai grandi, che hanno dimenticato com’è essere bambini. Il piccolo principe è un invito a meravigliarsi, a guardare il mondo con gli occhi di un fanciullo. Ci ricorda quali sono i veri valori, ad esempio l’amicizia.                                                               L’ ho amato perchè ,in fondo, io dentro mi sento ancora un pò bambina. E spero che questo possa non cambiare mai.

“Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.”

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2. L’arte di essere fragili di Alessandro D’avenia 

Descrizione: In queste pagine Alessandro D’Avenia racconta il suo metodo per la felicità e l’incontro decisivo che glielo ha rivelato: quello con Giacomo Leopardi. Leopardi è spesso frettolosamente liquidato come pessimista e sfortunato. Fu invece un giovane uomo affamato di vita e di infinito, capace di restare fedele alla propria vocazione poetica e di lottare per affermarla, nonostante l’indifferenza e perfino la derisione dei contemporanei. Nella sua vita e nei suoi versi, D’Avenia trova folgorazioni e provocazioni, nostalgia ed energia vitale.

Parliamoci chiaro, a me lo stile di Alessandro è sempre piaciuto, ma ne L’arte di essere fragili si è superato. Un libro che cerca di rispondere alle grandi domande della vita, grazie alla “collaborazione” del grandissimo poeta Giacomo Leopardi. Quando l’ho letto ero piena di dubbi che volevo sciogliere, e in questo mi ha aiutata. Certo, non è riuscito a slegarli tutti, ma dopo averlo terminato mi sono sentita un pò meglio. In qualche modo era come mi fossi tolta un peso, e appena l’ho chiuso, ne ho sentito subito nostalgia.

“L’arte da imparare in questa vita non é quella di essere invincibili e perfetti, ma quella di saper essere come si é, invincibilmente fragili e imperfetti.”

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Qui la mia recensione: Il segreto della felicità

3. Le notti bianche di Fedor Dostoevskij

Descrizione: La natura lirica, fantastica e fantasmagorica di Pietroburgo è tutta infusa nelle Notti bianche, romanzo pubblicato per la prima volta nel 1848. Il giovane protagonista della vicenda è un sognatore. Immerso in uno sciame di pensieri e fantasticherie, nelle lucide notti estive, il giovane intraprende in solitudine lunghe passeggiate per le vie cittadine fino al sorprendente incontro con Nasten’ka, un altro essere notturno, e al sogno di un’avventura meravigliosa.

Ahimè, leggendo questo libro non ho potuto fare altro che identificarmi nel ruolo del sognatore. E ogni sua insicurezza, durante la lettura, è stata anche la mia. Sì insomma, è proprio vero che rifugiarsi nei propri sogni è meglio che vivere la vita reale? Sto forse sprecando il mio tempo? Grazie a Le notti bianche ho capito di poter trovare un sogno ogni giorno, senza dovermi rifugiare nel mio mondo.

” Passeranno gli anni e verrà una dolorosa solitudine, verrà la tremula vecchiaia col bastone, l’angoscia e la tristezza. Il mondo della fantasia diventerà sempre piu’ pallido e i sogni appassiranno e moriranno e cadranno come le foglie gialle dagli alberi.. Oh, Nasten’ka! Come sarà triste rimanere solo, completamente solo… senza neanche un rimpianto, niente, assolutamente niente… Perchè tutto quello che avrò perduto non esisteva, era solo una stupida nullità totale, era solo una fantasticheria!”

Le notti bianche

La mia recensione: Tra sogno e realtà

4. Il profumo di Patrick Suskind 

Descrizione: Jean-Baptiste Grenouille, nato il 17 luglio 1783 nel luogo pi puzzolente di Francia, il Cimetire des Innocents di Parigi, rifiutato dalla madre fin dal momento della nascita, rifiutato dalle balie perchè non ha l’odore che dovrebbero avere i neonati, anzi perch “non ha nessun odore”, rifiutato dagli istituti religiosi, riesce a sopravvivere a dispetto di tutto e di tutti. E, crescendo, scopre di possedere un dono inestimabile: una prodigiosa capacità di percepire e distinguere gli odori. Forte di questa facoltà, di quest’unica qualità, Grenouille decide di diventare il piu’ grande profumiere del mondo, e il lettore lo segue nel suo peregrinare tra botteghe odorose, apprendista stregone che supera in breve ogni maestro passando dalla popolosa e fetida Parigi a Grasse, città dei profumieri nell’ariosa Provenza. L’ambizione di Grenouille non è quella di arricchirsi; persegue, invece, un suo folle sogno: dominare il cuore degli uomini creando un profumo capace di ingenerare l’amore in chiunque lo fiuti, e pur di ottenerlo non si fermerà davanti a nulla.

Per quanto completamente inumano e privo di sentimenti, mi è sembrato di riconoscermi, in parte, nella figura di Grenouille. Anche io ho sentito la sua stessa tristezza, il suo disagio: la scarsa consapevolezza di  non sapere ancora chi si è davvero.    E’ una strada dura e piena di ostacoli, quella che Grenouille percorre. Sto parlando di crescere, che vuol dire scoprirsi e  accettarsi. E chi che non l’ha vissuta? Per fortuna ne sono usciti quasi tutti vincitori, o quasi. L’importante è affrontarla, e non cercare di lasciarsela alle spalle.

“Gli uomini possono chiudere gli occhi davanti alla grandezza, davanti all’orrore, e turarsi le orecchie davanti a melodie o a parole seducenti. Ma non possono sottrarsi al profumo. Poiché il profumo è fratello del respiro. Con esso penetrava gli uomini, a esso non potevano resistere, se volevano vivere. E il profumo scendeva in loro, direttamente al cuore e là distingueva categoricamente la simpatia dal disprezzo, il disgusto dal piacere, l’amore dall’odio. Colui che dominava gli odori, dominava il cuore degli uomini.”

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La mia recensione: Nel mondo degli odori

5. Il buio oltre la siepe di Harper Lee

Descrizione:  In una cittadina del “profondo” Sud degli Stati Uniti l’onesto avvocato Atticus Finch è incaricato della difesa d’ufficio di un “negro” accusato di violenza carnale; riuscirà a dimostrarne l’innocenza, ma l’uomo sarà ugualmente condannato a morte. La vicenda, che è solo l’episodio centrale del romanzo, è raccontata dalla piccola Scout, la figlia di Atticus, un Huckleberry in gonnella, che scandalizza le signore con un linguaggio non proprio ortodosso, testimone e protagonista di fatti che nella loro atrocità e violenza non riescono mai a essere più grandi di lei.

Questo libro mi è piaciuto perchè tutto quello che denuncia Harper, in un modo così semplice ed elementare da arrivare a chiunque, è ciò contro cui anche io mi schiero contro: il razzismo, la discriminazione, la guerra. Forse per l’ultima non posso fare molto, ma per quanto riguarda le prime due, nel mio piccolo,  cerco di fare del mio meglio. Come? Provando ad essere di veduta aperta, e di non giudicare prima di conoscere. A volte può essere impresa ardua, ma mai impossibile.

” Quasi sono tutti simpatici, Scout, quando finalmente si riesce a capirli.”

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La mia recensione: Superare i pregiudizi

6. Balzac e la piccola sarta cinese di Daj Sijie

Descrizione: La storia di questo libro racconta di come la lettura, grazie alla segreta malia di una misteriosa, preziosissima valigia di libri occidentali proibiti, riesca a sottrarre due ragazzi, colpevoli soltanto di essere figli di “sporchi borghesi”, a svariate torture e permetta anche a uno di loro di conquistare la “Piccola Sarta cinese”. Così, pur vivendo in mezzo agli orrori della rieducazione, i due ragazzi e la Piccola Sarta scopriranno, in virtù di qualche goccia magica di Balzac, che esiste un mondo fatto di pura, avventurosa bellezza. Attraversando, nel frattempo, rocambolesche avventure.

Come potevo non apprezzare questo romanzo? Un libro sull’importanza della lettura, su quanto può cambiare la vita di una persona. In particolare quella della Piccola Sarta, che grazie a diversi autori, ma soprattutto a Balzac, diventerà una donna indipendente e troverà il coraggio di ricominciare daccapo.

“Mi ha detto che Balzac le ha fatto capire una cosa: che la bellezza di una donna è un tesoro inestimabile.”

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7. Il giovane Holden di J.D. Salinger

Descrizione: Sono passati cinquant’anni da quando è stato scritto, ma continuiamo a vederlo, Holden Caufield, con quell’aria scocciata, insofferente alle ipocrisie e al conformismo, lui e la sua ‘infanzia schifa’ e le ‘cose da matti che gli sono capitate sotto Natale’, dal giorno in cui lasciò l’Istituto Pencey con una bocciatura in tasca e nessuna voglia di farlo sapere ai suoi. La trama è tutta qui, narrata da quella voce spiccia e senza fronzoli. 

Le opzioni sono due: Holden o si ama o si odia. Io personalmente l’ho amato. Un giovane ribelle, che è arrabbiato con il mondo. Perchè lui è diverso, non si rispecchia nella società egoista ed ipocrita in cui vive. Cerca quindi il proprio posto, ma senza trovarlo.  Inizia così il dramma di Holden, che lo rende confuso, insicuro. Insomma, è l’adolescente che c’è, o c’è stato, in ognuno di noi. Ecco perchè, dopo anni, continuiamo a leggerlo. Non mi è piaciuta la scelta di cambiare il titolo originale The catcher in the rye, ovvero “il prenditore nella segale”. Perchè, per quanto in italiano possano suonare male, in quelle cinque paroline inglesi, è racchiusa la vera essenza di Holden.

“Ad ogni modo, io mi immagino sempre tutti questi bambini, e in giro non c’è nessun altro – nessuno di grande, intendo – tranne me, che me ne sto fermo sull’orlo di un precipizio pazzesco. Il mio compito è acchiapparli al volo se si avvicinano troppo, nel senso che se loro si mettono a correre senza guardare dove vanno, io a un certo punto devo saltare fuori e acchiapparli. Non farei altro tutto il giorno. Sarei l’acchiappabambini del campo di segale. So che è da pazzi, ma è l’unica cosa che mi piacerebbe fare davvero. Lo so che è da pazzi.”

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 8. La verità sul caso Harry Quebert di Joel Dicker
Descrizione: Estate 1975. Nola Kellergan, una ragazzina di 15 anni, scompare misteriosamente nella tranquilla cittadina di Aurora, New Hampshire. Le ricerche della polizia non danno alcun esito. Primavera 2008, New York. Marcus Goldman, giovane scrittore di successo, sta vivendo uno dei rischi del suo mestiere: è bloccato, non riesce a scrivere una sola riga del romanzo che da lì a poco dovrebbe consegnare al suo editore. Ma qualcosa di imprevisto accade nella sua vita: il suo amico e professore universitario Harry Quebert, uno degli scrittori più stimati d’America, viene accusato di avere ucciso la giovane Nola Kellergan. Il cadavere della ragazza viene infatti ritrovato nel giardino della villa dello scrittore, a Goose Cove, poco fuori Aurora, sulle rive dell’oceano. Convinto dell’innocenza di Harry Quebert, Marcus Goldman abbandona tutto e va nel New Hampshire per condurre la sua personale inchiesta. Marcus, dopo oltre trent’anni deve dare risposta a una domanda: chi ha ucciso Nola Kellergan? E, naturalmente, deve scrivere un romanzo di grande successo.
Questo libro non contiene grandi significati, o nulla del genere. Però la trama è ben orchestrata e mi ha preso talmente tanto da riuscire a divorarlo in soli due giorni, nonostante le 770 pagine. La verità sul caso Harry Quebert è stato il primo thriller/ giallo che ho letto, e quello mi ha fatto appassionare al genere.  Ho apprezzato molto, inoltre, i consigli che, all’inizio di ogni capitolo, Harry dà a Marcus.

“Impara ad amare i tuoi fallimenti, Marcus, perché saranno loro a formarti. Saranno i tuoi fallimenti a dare sapore alle tue vittorie.”

La verità sul caso Harry Quebert

La mia recensione: La verità sul caso Harry Quebert

9. Cose che nessuno sa di Alessandro D’avenia 

Descrizione: Margherita ha quattordici anni e sta per varcare una soglia magica e misteriosa: l’inizio del liceo. Un mondo nuovo da esplorare e conquistare, sapendo però di poter contare sulle persone che la amano. Ma un giorno, tornata a casa, ascolta un messaggio nella segreteria telefonica: è di suo padre, che non tornerà più a casa. Margherita ancora non sa che affrontando questo dolore si trasformerà a poco a poco in una donna, proprio come una splendida perla fiorisce nell’ostrica per l’attacco di un predatore marino. Accanto a lei ci sono la madre, il fratellino vivace e sensibile e l’irriverente nonna Teresa. E poi Marta, la compagna di banco sempre sorridente, e Giulio, il ragazzo più cupo e affascinante della scuola. Ma sarà un professore, un giovane uomo alla ricerca di sé eppure capace di ascoltare le pulsazioni della vita nelle pagine dei libri, a indicare a Margherita il coraggio di Telemaco nell'”Odissea”: così che il viaggio sulle tracce del padre possa cambiare il suo destino.

Eccolo di nuovo, proprio lui: Alessandro D’avenia. Ve l’ho detto, io di questo scrittore non ne posso proprio fare a meno. Ho letto Cose che nessuno sa circa tre o quattro anni fa,e mi sono rispecchiata appieno in Margherita, con le sue insicurezze e tutti quei piccoli difetti. Inoltre mi ha fatta sognare ad occhi aperti, sperando di incontrare anche io il mio Giulio un giorno. In poche parole è stato con me durante la mia crescita, in particolare durante quel periodo nel quale ne ero terrorizzata, e mi ha insegnato ad osservarla con uno sguardo diverso.  Perchè è proprio di crescere che si parla.

“Non cercare ora risposte che non possono venirti date perché non le potresti vivere. E di questo si tratta: di vivere tutto. Vivi ora le domande. Forse ti avvicinerai così, a poco a poco, senza avvertirlo, a vivere un giorno lontano, la risposta.”

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10. Dieci Piccoli indiani di Agatha Christie 

Descrizione: Dieci persone estranee l’una all’altra sono state invitate a soggiornare in una splendida villa a Nigger Island senza sapere il nome del generoso ospite. Eppure, chi per curiosità, chi per bisogno, chi per opportunità, hanno accettato l’invito. Gli invitati non hanno trovato il padrone di casa ad aspettarli; hanno trovato invece una poesia incorniciata e appesa sopra il caminetto della loro camera. E una voce inumana e penetrante che li accusa di essere tutti assassini. Per gli ospiti intrappolati è l’inizio di un interminabile incubo.

Il primo libro che ho letto di Agatha Christie, grazie al quale ho capito perchè viene chiamata anche “la regina del giallo”. Ha un modo tutto suo di scrivere. Sparge inidizi qua e là, e quando ti sembra di esserti avvicinata alla soluzione, ecco che ne aggiunge di nuovi. Finchè alla fine entri in una specie di spirale, e continui a chiederti: ma insomma, chi è stato? E la risposta, quella vera, non te la saresti mai immaginata.                                  Vi lascio con l’incipit:

“In un angolo dello scompartimento fumatori di prima classe, il signor Wargrave, giudice da poco in pensione, tirò una boccata di fumo dal sigaro e scorse con interesse le notizie politiche del «Times». Poi, depose il giornale sulle ginocchia e guardò fuori dal finestrino. Il treno correva attraverso il Somerset.
Diede un’occhiata all’orologio: ancora due ore di viaggio.
Ripensò a quello che i giornali avevano scritto su Nigger Island.”

 

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11. Una stanza tutta per sè di Virginia Woolf

Descrizione: “Saggio narrativo” tipico della originale e multiforme produzione saggistica di Virginia Woolf, “Una stanza tutta per sé” affronta, in modo ironico e pieno di vita, di ragione e senso critico nutrito dalla forza delle emozioni, il tema della creatività femminile e quindi della rivendicazione ‘femminista’ dei diritti delle donne. Sulla scia di S.T. Coleridge, la Woolf afferma la superiorità creativa della mente androgina ed esprime, in toni amari e risentiti contro i privilegi maschili, una genuina indignazione per il ruolo subalterno cui era costretta la donna intellattuale del suo tempo, e la donna in genere – a meno che non avesse la fortuna di avere una ‘stanza tutta per sé’ ovvero una rendita che le permettesse di essere liberamente creativa. Lucida analisi dell’essere scrittrice in una società in cui il dominino convenzioni repressive che riducano la donna a madre, sorella o figlia, la Woolf, intessendo un colloquio ideale con grandi scrittori come Montaigne, John Donne, T.S. Eliot e Lukacs, ci conduce in questo saggio alla ricerca di un punto di equilibrio interiore, di un momento di bellezza e verità.

Diciamo che mi ritengo femminista. Nel senso che sostengo l’ultima ondata di femminismo, ovvero quella che difende la parità dei diritti tra uomini e donne.                   Questo libro è stata per me l’occasione di fare conoscenza con una vera femminista, e capire un pò meglio le condizioni della donna nel tempo. L’ho trovato quindi molto interessante.  Virginia Woolf si ritrova ad affrontare un argomento piuttosto complesso: la donna nella letteratura. Perchè la donna inizia a scrivere molto piu’ tardi rispetto all’uomo? La risposta è nel titolo. Perchè, oltre all’ indipendenza economica, non aveva neanche una stanza tutta per sè, dove poter stare tranquilla con i propri pensieri. Sempre occupata tra bambini e lavori di casa, la donna aveva ben poco tempo da passare sola, fattore indispensabile per iniziare a scrivere.

“Ragazze, dovrei dirvi – e per favore ascoltatemi, perché comincia la perorazione – che a mio parere siete vergognosamente ignoranti. Non avete mai fatto scoperte di alcuna importanza. Non avete mai fatto tremare un impero, né condotto in battaglia un esercito. Non avete scritto i drammi di Shakespeare, e non avete mai impartito i benefici della civiltà a una razza barbara. Come vi giustificate? È facile dire, indicando le strade, le piazze, le foreste del globo gremite di abitanti neri e bianchi e color caffè tutti freneticamente indaffarati nel commercio, nell’industria e nell’amore  abbiamo avuto altro da fare. Senza la nostra attività nessuno avrebbe solcato questi mari, e queste terre fertili sarebbero state un deserto. Abbiamo partorito e allevato e lavato e istruito, forse fino all’età di sei o sette anni, i milleseicentoventitré milioni di esseri umani che secondo le statistiche sono attualmente al mondo; e questa fatica, anche ammettendo che qualcuno ci abbia aiutate, richiede tempo.”

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12.  Canto di natale ( a Christmas Carol)  di Charles Dickens 

Descrizione: A Scrooge, vecchio e insensibile usuraio, poco importa del Natale e del bene che potrebbe fare agli altri, da Fred, suo unico nipote, a Bob Cratchit, suo misero e sfruttato impiegato. Ma proprio la notte di Natale gli appare lo spettro del defunto socio in affari, Jacob Marley, il quale, dopo averlo aspramente rimproverato per la sua riprovevole condotta, gli preannuncia la visita di tre fantasmi. Essi gli permetteranno di viaggiare nel Natale passato, presente e futuro e di osservare il suo se stesso com’era un tempo non molto lontano, come fosse profondamente cambiato e a cosa sarebbe andato incontro. Scrooge, provato e colpito da questo viaggio psichico, riesce a comprendere una verità insospettata: solo l’amore può dare un significato alla vita di ogni essere umano. A Christmas Carol, inaugurale racconto natalizio, conserva intatto ancora oggi il suo potere di commuovere e di additare all’umanità un esempio di fratellanza e un cammino di speranza.

Anche questa molto conosciuta, è una storia sempre attuale. Perchè migliaia sono stati, sono e saranno gli uomini che, attratti dal dio Denaro, si dimenticano i veri valori. Così nonostante la loro ricchezza, proprio come Scrooge, passano un’esistenza infelice.              L’importante, in ogni caso, è capire di aver sbagliato. Non è mai troppo tardi per cambiare vita.                                                                                                                                          Tra l’altro io l’ho letto in lingua originale, e consiglio anche a voi di farlo.

“Risero alcuni di quel mutamento, ma egli li lasciava ridere e non vi badava; perché sapeva bene che molte cose buone, su questo mondo, cominciano sempre col muovere il riso in certa gente.” 

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13. Storia di una ladra di libri di Markus Zusak

Descrizione: E il 1939 nella Germania nazista. Tutto il Paese è col fiato sospeso. La Morte non ha mai avuto tanto da fare, ed è solo l’inizio. Il giorno del funerale del suo fratellino, Liesel Meminger raccoglie un oggetto seminascosto nella neve, qualcosa di sconosciuto e confortante al tempo stesso, un libriccino abbandonato lì, forse, o dimenticato dai custodi del minuscolo cimitero. Liesel non ci pensa due volte, le pare un segno, la prova tangibile di un ricordo per il futuro: lo ruba e lo porta con sé. Così comincia la storia di una piccola ladra, la storia d’amore di Liesel con i libri e con le parole, che per lei diventano un talismano contro l’orrore che la circonda. Grazie al padre adottivo impara a leggere e ben presto si fa più esperta e temeraria: prima strappa i libri ai roghi nazisti perché “ai tedeschi piaceva bruciare cose. Negozi, sinagoghe, case e libri”, poi li sottrae dalla biblioteca della moglie del sindaco, e interviene tutte le volte che ce n’è uno in pericolo. Lei li salva, come farebbe con qualsiasi creatura. Ma i tempi si fanno sempre più difficili. Quando la famiglia putativa di Liesel nasconde un ebreo in cantina, il mondo della ragazzina all’improvviso diventa più piccolo. E, al contempo, più vasto. 

Forse in questo caso non c’era neppure bisogno di una descrizione, perchè Storia di una ladra di libri è conosciutissimo, anche grazie al film uscito nel 2013. Mi è piaciuto perchè, pur parlando della strage accaduta agli ebrei e della Seconda guerra mondiale, il contesto storico spesso resta uno sfondo. E’ l’ideale per chi vuole saperne di piu’ a riguardo, ma al contempo vuole anche fare una lettura “leggera”. Sì, perchè la storia di Liesel è commovente e nostalgica, però anche felice in certi tratti. Di nuovo, questo è un libro che parla dell’ importanza della letteratura. E’ anche contro la guerra, che agli occhi di una bambina come Liesel risulta atroce, ed è così che viene descritta. Liesel, quella bambina che vedendo bruciare i libri, decide di salvarne il piu’ possibile, alla fine potrei essere io. Anzi, mi ci vedo molto bene nel ruolo della ladra di libri. Sebbene scritto in modo molto semplice, Storia di una ladra di libri è emozione allo stato puro.

“La gente tende a notare i colori di una giornata solo all’inizio e alla fine, ma per me è chiaro che in un giorno si susseguono un’infinità di sfumature e tinte, in ogni istante. Una singola ora può essere composta da migliaia di colori diversi.”

 

Storia di una ladra di libri.

14. Io sono di legno di Giulia Carcasi

Descrizione: È l’alba di una domenica qualunque.
Giulia aspetta, Mia non è ancora tornata dai suoi sabati senza freno. Sono madre e figlia divise da un precipizio di anni e segreti, apparentemente sicure delle proprie scelte: hanno applicato alle loro vite teoremi precisi e sembrano funzionare. Ma quando Giulia si ritrova a leggere il diario di Mia, l’ingranaggio si rompe. Bisogna tornare indietro. E Giulia lo fa. Torna ai ricordi di una giovinezza ferita: il perbenismo della sorella, la fragilità di una madre che non voleva guerre, l’amicizia con una suora peruviana curiosa dell’amore e dei balli e che di Dio non parlava mai. Torna ai primi passi da medico, tra corsie e sale operatorie, al matrimonio con un primario, alla lunga attesa di una maternità sofferta e desiderata. Più la storia di Giulia si snoda nel buio del passato, più affiorano misteri che chiedono di essere sciolti. Ma per madre e figlia l’incontro può solo avvenire a costo di pagare il prezzo di una verità difficile, fuori da ogni finzione.

Mia, come tutti, diventa adolescente. Inizia a chiudersi in se stessa, ad escludere la madre dal suo mondo privato. Quest’ultima, quando se ne rende conto, cerca di salvare il loro rapporto: legge il diario della figlia. E mentre lo fa, le viene voglia di raccontare la sua storia. Così, in un libro molto breve (solo 140 pagine), vengono ripercorse due vite, simili ma anche diverse. Ecco, simili ma anche diverse, così siamo io e Mia. Diverse fuori, diverse nel modo di comportarsi, di atteggiarsi all’esterno, ma simili dentro. Entrambe siamo di legno.

“Il legno sembra fermo, ma è sottoposto a pressioni interne che lentamente lo spaccano.
La ceramica si rompe, fa subito mostra dei suoi cocci rotti.
Il legno no, finché può nasconde, si lascia torturare ma non confessa.
Io sono di legno.” 

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15. Assassinio sull’ Orient Express di Agatha Christie 

Descrizione: L’Orient-Express, il famoso treno che congiunge Parigi con Istanbul, è costretto ad una sosta forzata, bloccato dalla neve. A bordo qualcuno ne approfitta per compiere un efferato delitto, ma, sfortunatamente per l’assassino, tra i passeggeri c’è anche il famoso investigatore belga Hercule Poirot, al quale verranno affidate le indagini. Poirot, in effetti, risolverà il caso, non prima, però, di essersi imbattuto in una sensazionale sorpresa.

Di nuovo lei, “la regina del giallo”. Non mi prolungo troppo, perchè le ragioni sono piu’ o meno le stesse. Il suo stile ha fatto centro anche questa volta. Quando pensavo di aver risolto il mistero, ecco che è subentrato il dubbio. E alla fine avevo pure indovinato. Ma brava Agatha, sei riuscita a farmi dubitare di nuovo.

“Se tutti mentono, la confusione non é minore di quella che vi sarebbe se tutti dicessero la verità.”

Assassinio sull'Orient Express

Ed eccoci giunti alla fine.Spero che magari qualcuno di questi libri vi sia piaciuto particolarmente, e che in tal caso corriate subito in libreria o in biblioteca.