Queste gioie violente hanno una fine violenta.

Dopo aver letto un brano di Romeo e Giulietta in classe, ne sono rimasta affascinata. Così ho deciso di leggere l’intera opera. La storia è risaputa, Romeo e Giulietta si amano, ma il loro amore è ostacolato dalla rivalitá tra le loro famiglie. Essendo una tragedia, ovviamente per i due non  esiste un lieto fine. Anche se effettivamente, si ritroveranno ugualmente insieme. Il loro amore è così puro, così vero che le due metá proprio non ci riescono a stare separate. Certo, l’opera evidenzia molti temi, come ad esempio l’inutilità dell’odio, che porta dolore e morte. Ma io penso onestamente che questo testo, al giorno d’oggi, è validissimo, poichè assume un significato altrettanto importante.

Leggendo, mi è venuto da chiedermi: è amore o soltanto passione? Certo, i due sono innamorati, ma non hanno la più pallida idea di cosa sia davvero l’amore. Divorati dal desiderio l’uno dell’altro, finiscono per consumarsi. Perchè, può per Romeo Montecchi esistere una vita senza Giulietta Capuleti? E può per Giulietta Capuleti esistere una vita senza Romeo Montecchi? Non c’è proprio storia. Ed ecco che non si parla più di due metá, ma quasi di un’ unica persona con una sola anima. L’io pian piano si deteriora, trasformandosi in un noi, che muore anch’esso. Esistiamo noi, e non c’è io, se non c’è un noi. È una malattia che si trasmette di generazione in generazione , che infetta soprattutto i giovani, questa di fondersi completamente quasi fino a dimenticarsi se stessi. A mio parere, questo messaggio dell’opera è riassunto in una frase pronunciata da Frate Lorenzo:

“Queste gioie violente hanno violenta fine, e muoiono nel loro trionfo, come il fuoco e la polvere da sparo, che si distruggono al primo bacio. Il più squisito miele diviene stucchevole per la sua stessa dolcezza, e basta assaggiarlo per levarsene la voglia. Perciò ama moderatamente: l’amore che dura fa così.”

E’ così che bisogna amare, senza fare di quella persona la nostra unica ragione di vita. Bisogna amare con la consapevolezza che oltre ad un noi c’è anche un io. Bisogna amare in modo sano, razionale. Non intendo dire scordando i sentimenti , ma non facendosi sbranare da essi. Amate di un amore maturo, per quanto difficile da coltivare. Amate essendoci l’uno per l’altro, non diventando l’uno il riflesso dell’altro. Non amate come Romeo e Giulietta, che sappiamo già come andrà a finire.

 

 

 

 

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5 personaggi che ho amato dei libri

In questi lunghi anni da lettrice, ne ho incontrati di personaggi. Alcuni reali, altri immaginari. Alcuni così simili a me, altri no. Alcuni li ho amati, di altri non posso dire lo stesso. Ad ogni modo, oggi è dei primi che vorrei parlarvi. Quei personaggi che, ne sono certa, non scorderò mai.

  1. Atticus Finch da Il buio oltre la siepe

Ci fossero piu’ uomini come lui, vi assicuro che il mondo sarebbe un posto migliore. Avvocato onesto,che non si lascia trascinare dalle circostanza ma resta fedele ai suoi principi, uomo giusto e ottimo padre. Completamente privo di pregiudizi, cerca di trasmettere questi suoi valori al prossimo. Non è certamente perfetto, nel farlo compie degli  errori, ma sa rimediarvi. Un vero e proprio esempio di umanità, impossibile da non apprezzare.

2. Clarisse McClellan da Fahrenheit 451

“Ho diciassette anni e sono pazza.” Così si definisce Clarisse. Ma è pazza davvero? Niente affatto. Anzi, a dirla tutta, lei è forse è quella piu’ “normale”. Amante del dialogo, della natura, delle bellezza delle piccole cose e grande osservatrice. La nostra Clarisse farà aprire gli occhi a Guy, il protagonista, facendogli riscoprire questi valori, ormai da tempo perduti nella società in cui vivono. Pur essendo così giovane, sembra una donna di altri tempi. L’ho ammirata fin dall’inizio per quel suo modo così diverso di vedere il mondo, di ragionare, in cui un pò mi rispecchio.

3. Tamar da Qualcuno con cui correre

Quando Tamar sente la chiamata di aiuto da parte di suo fratello Shay non esita neanche un istante, anzi si butta in questa avventura. E che avventura! Sarà costretta continuamente a rivalutarsi, a sfidarsi, a lanciarsi sempre su un piano piu’ alto. Eppure, dietro quella corazza fatta di ferro,Tamar ha le sue fragilità, come è normale per qualsiasi ragazza di sedici anni. Solo che non si lascia abbattere da esse, ma anzi le usa per ricominciare da capo. La sua determinazione, oltre che ad una crescita personale, la porterà lontano.

4. Scout Finch da Il buio oltre la siepe

“Accipicchia, che caratterino questa ragazzina!” Ecco la prima cosa che ho pensato mentre leggevo. Scout non si fa comandare  proprio da nessuno, soprattutto dalle zie che le dicono che dovrebbe portare la gonna e comportarsi da signorina. Ad affermazioni simili, lei si ribella, batte i piedi, e continua ad indossare i suoi amati pantaloni. Sì, sarà pure una bambina ma ha già capito un importante segreto: mai farsi mettere i piedi in testa da nessuno, mai farsi dire cosa si può o non si può fare. Già me lo immagino in futuro, una donna che farà certamente strada nella vita.

5. Liesel Meminger da Storia di una ladra di libri

Se dovessi trovare un aggettivo per descriverla, direi certamente forte. E’ dura avere a che fare con certe esperienze di vita all’età di soli dieci anni, eppure Liesel non si scoraggia, resta positiva. E poi, quando trova nei libri i suoi migliori amici, fa di tutto per salvarli dalle mani dei nazisti che vogliono bruciarli, con una costanza e una tenacia piuttosto notevoli per una bambina.

 

Ne ho scelti soltanto cinque, ma mi sembra giusto nominarvi altri personaggi che ritengo meritevoli. Sam e Charlie da Noi siamo infinito, Giulio da Cose che nessuno sa, Il piccolo principe, La piccola sarta cinese da Balzac e la piccola sarta cinese, Holden Caulfield da Il giovane Holden, Midori da Norwegian Wood, Padre Pino Puglisi (personaggio realmente esistito) e Lucia da Ciò che inferno non è. 

 

Destinati a rimanere soli?

Di questo libro, vincitore del Premio Strega nel 2008, ho sentito e letto molte opinioni positive. Sembra proprio che La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano sia un must have, soprattutto per i giovani. Ahimè, nonostante ciò non mi ha fatta impazzire.

Come si deduce dal titolo, l’intero libro racconta di solitudine e altri disagi che sono tipici degli adolescenti. Ecco perchè piace tanto ai ragazzi. Ma cosa c’entrano i numeri primi? Mattia e Alice, i due protagonisti, vengono descritti come due numeri primi gemelli, ovvero una coppia di numeri primi che non può stare insieme perchè separata da un numero pari. Essi sono ” soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero.

Entrambi sono legati da un passato difficile, un “trauma” che li ha segnati nel profondo.

Alice e uno spiacevole imprevisto sulla pista da sci, che la fa sentire inadeguata rispetto ai suoi coetanei.  Mattia e quella grande voglia , e totalmente normale, di appartenere ad un un gruppo, che lo porterà a compiere un gesto di cui si pentirà per sempre. Crescendo questi episodi sfoceranno in anoressia nervosa, autolesionismo e altri disturbi psichici.

Mattia e Alice si incontrano casualmente nei corridoi di una scuola e vengono attratti l’uno dal vuoto esistenziale dell’altro, come due calamite. Inutile dire che questa relazione non andrà a buon fine. Ma non sarà l’unica.                                                          Quasi tutte le relazioni che questi due personaggi creano son destinate, inevitabilmente, in un modo o nell’altro, a dissolversi. Perchè? Quelle ferite che si portano dentro, non essendo mai state curate, possono riaprirsi all’improvviso e rovinare tutto. E’ esattamente questo quello che accade.

Insomma, dopo una serie di tentativi inconcludenti di creare un rapporto con qualcuno, entrambi giungono ad una conclusione. Sembra proprio che alla fine Mattia e Alice ci abbiano rinunciato. Sono consapevoli di esseri numeri primi, destinati a rimanere da soli. Non hanno bisogno di nessuno, se non di loro stessi.

Sono rimasta veramente delusa dal finale di questo libro, ma non solo.                Sono rimasta delusa soprattutto da Alice e Mattia, dal loro atteggiamento costantemente passivo. Intravedono un’ opportunità e se la lasciano passare davanti, e il lettore desiderapoter entrare nella storia e mettersi a gridare loro di agire, di fare qualcosa. Invece non fanno altro che sfrondare nel loro vuoto, rimuginando sul passato e dimenticandosi del presente. Ma,in fondo, loro che ci possono fare? Sono due numeri primi. Il loro destino è rimanere da soli, eternamente. Bhè, io credo che il destino ce la facciamo noi, con tutte le scelte che compiamo ogni giorno.

Paolo Giordano è stato molto bravo nel descrivere le problematiche tipiche degli adolescenti, ma ritengo che il libro venga troppo spesso sopravvalutato. Aristotele affermava che chi non è in grado di entrare nella comunità o per la sua autosufficienza non ne sente il bisogno, non è parte dello stato, e di conseguenza è o bestia o dio.  L’essere umano è un animale sociale (zoon politikon) , e quindi nessun uomo che sia tale sceglie veramente di restare solo.                                                                                                                 Lo svolgersi della vicenda, man mano che si procede con la lettura, sembra allontanarsi sempre un pò di piu’ dalla realtà, per entrare in un mondo quasi parallelo, dove apparentemente l’unica risposta è la solitudine. Ma questo è davvero possibile per un qualsiasi essere umano?

Comunque, alla fine credo che l’insegnamento da trarre sia questo: voi non siate come Mattia e Alice, non state a guardare, a lamentarvi di ciò che vi è stato, mentre le cose piu’ belle della vita vi passano davanti.

“Come ci si sente stupidi a pensare a tutto il tempo che sprechiamo a desiderare di essere altrove.”