Kafka sulla spiaggia come Alice nel Paese delle Meraviglie: tra surreale e reale.

Se mai vi dovesse capitare di leggere Kafka sulla spiaggia, al termine della lettura avrete bisogno di un pò di tempo per riabituarvi al mondo reale. No, non intendo i “classici” due minuti. Vi servirá tutto il bisogno che ci mettete quando vi risvegliate da un lungo sogno. Esagerazione? Forse sì, probabilmente no. Haruki Murakami in questo romanzo è in grado di trasportare chi legge, per circa 500 pagine, in un mondo completamente surreale e a tratti assurdo. Proprio come se stesse sognando, però con gli occhi ben aperti. La storia di un ragazzo maturo per la sua etá, soprannominato Kafka e Nakata, un anziano con la mente di un bambino, a causa di un brutto incidente capitatogli. Due destini che spesso si incrociano, senza però che i due si conoscano. Il destino è un tema portante in questo libro. Kafka è infatti tormentato da una profezia, predetta per lui dal padre, SIMILARE a quella di Epido ( “ucciderai tuo padre e sposerai tua madre”) , ovvero “Ucciderai il padre, e giacerai con la madre e la sorella”. Proprio come Edipo decide di scappare per evitare che tutto ciò si avveri, nonostante sia appena quindicenne. Si mette quindi per strada, guidato dal suo alter ego Il corvo, e termina il viaggio a Takamatsu, dove si reca nella ben nota biblioteca Komura. Qui conosce Oshima e la signora Saeki, verso la quale in seguito svilupperá una sorta di complesso di Edipo. Nel frattempo, Nakata, dotato dell’abilitá di saper comunicare con i gatti (e di altri poteri), nel bel mezzo delle sue imprese, diviene colpevole di un omicidio, in seguito al quale anche egli prende la decisione di scappare. Non sapendo guidare è costretto a chiedere più volte dei passaggi, ma solamente Oshino, spinto dalla somiglianza dell’anziano al nonno deceduto, lo accompagna per la maggior parte del suo viaggio. Nakata si fa trasportare dal destini, poichè non sa dove è diretto ma sa che sará in grado di riconoscerlo una volta arrivato lì. E quel posto è proprio la biblioteca Komura. È lì che si trova l’entrata.

Se avete l’impressione di trovarvi in un’altra dimensione, allora giá avete un’idea generale di che cosa vi mette di fronte il contenuto di questo libro. Però, in tutta questa assurditá, qualcosa vi spingerá inconsapevolmente ad andare avanti: i personaggi sono umani, fragili e a tratti impotenti davanti a ciò che si presenta loro. Kafka sulla spiaggia è una favola per adulti, in cui (non casualmente) lo stile dell’autore ricorda quello di Kafka, nel senso che entrambi utilizzano il surreale per parlare del reale. Ma di che cosa esattamente? Nel caso di Kafka ne La metamorfosi del rapporto conflittuale con il padre, le cui però interpretazioni possono essere diverse (se vi interessa io ne ho parlato qui: Insetti (s)cacciati dalla società.).                                                                                                      Lo stesso concetto vale per Kafka sulla spiaggia, che io ho visto come Alice nel Paese delle Meraviglie 2.0: si parla infatti di un percorso di crescita personale, la ricerca del proprio io. Proprio come nella favola di Lewis Carroll non c’è una vera e propria morale e il senso dell’intero racconto si trova nello svolgimento della storia e non alla fine. Tutte le avventure di Alice potrebbero sembrare senza significato, ma in realtá la aiutano a trovare se stessa. E quando finalmente ciò accade si risveglia.  Se io dovessi riassumere l’intero romanzo userei una citazione che si trova nelle prime pagine:

“E naturalmente dovrai attraversarla, quella violenta tempesta di sabbia. E’ una tempesta metafisica e simbolica. Ma per quanto metafisica e simbolica, lacera la carne come mille rasoi. Molte persone verseranno il loro sangue, e anche tu forse verserai il tuo. Sangue caldo e rosso. Che ti macchierà le mani. E’ il tuo sangue, e anche sangue di altri.Poi, quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato. Sì, questo è il significato di quella tempesta di sabbia”

 

 

 

 

 

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