Quando l’amore uccide.

Fin da piccoli ci hanno insegnato indirettamente , ad esempio nelle parole delle canzoni, che l’amore fa anche un pò soffrire.  Questo sentimento è troppo spesso vittima di malintesi. Sì, è vero, amare non è sempre facile, ma non è sinonimo di sofferenza. Oggi ritorno ad un argomento di cui avevo piu’ o meno già parlato, o per lo meno accennato (vedi qui: Queste gioie violente hanno una fine violenta ). E, per la prima volta, proverò ad azzardare parlandovi non di uno, ma di ben tre libri, nei quali ho personalmente trovato un filo conduttore. Tre opere completamente diverse l’una dall’altra ed appartenenti a diverse epoche, ma che, a mio parere, vogliono tutte farsi voce del medesimo concetto. Il primo, risalente al 1774, è un grande classico della letteratura tedesca. Gli altri due sono certamente piu’ recenti e si distanziano di pochi anni (il primo è del 1957, il secondo del 1989). In ordine sono: I dolori del giovane Werther di Johann Wolfgang Goethe, il saggio L’arte di amare del filosofo e psicoanalista ( anche lui tedesco) Erich Fromm ed in conclusione una raccolta di racconti , Donne che amano troppo dell’autrice americana Robin Norwood.

Partirei da quest’ultimo, poichè è proprio quello da cui ho tratto l’idea e i vari collegamenti. Tutti avrete sentito di donne che sembrano avere un talento nell’innamorarsi sempre di uomini sbagliati, violenti o dipendenti, ma non solo. Non accade una volta, bensí continuamente, in un cerchio infinito. Saltano di relazione in relazione, ciascuna inconcludente e distruttiva per se stesse. Donne che hanno bassa autostima e non sanno stare sole, e molto di piu’. Il processo mentale dietro è assai complesso, e ad illustrarcelo è una donna che apparteneva proprio a quella categoria di donne appena menzionata. Donna che, salvatasi da un meccanismo “malefico” di pensare, si è data da fare per aiutare tante altre uguali a lei. Non tutte provenienti da famiglie difficili, ma in moltissime sì.  E qui sono raccontate,per filo e per segno, con la loro psicologia. Figlie di genitori anch’essi violenti o dipendenti, che tentano di riprodurre nella loro vita privata, e talvolta nell’intimità, la situazione famigliare. Ma  perchè non vale per tutte? E’ questione di personalità, di reazione agli episodi avvenuti in passato. Se da piccole si è assunto l’atteggiamento delle protettrici, ecco che ciò potrebbe succedere in futuro nelle nostre relazioni. Andiamo sul pratico: una delle figure genitoriali è dipendente dalla droga, la figlia si sente in colpa. C’è ampia probabilità che ciò si ripeta in futuro in una relazione con un uomo, che la donna tenterà inutilmente di cambiare a tuttti i costi. Incosciamente, essa tenta di ricreare il vissuto, e di rovesciarlo. All’inizio della relazione lei perdona tutte le sue colpe, accusandosi. Ad esempio se lui torna tardi a casa, la responsabile è lei che non gli dà abbastanza amore. L’uomo ovviamente è contento di poter fare tutto ciò che vuole. Poi  le cose cambiano, e lei inizia a svolgere il ruolo salvifico che tanto la gratifica. E’ come se risolvendo i problemi del suo uomo, salvandolo dalla sua dipendenza, stesse in qualche modo salvando il genitore. Ma quando, e se, l’uomo finalmente se ne libera, lei comincia  piano piano ad allontanarsi. Può sembrare assurdo, ma ha senso se pensate che la fiamma che tiene accesa la coppia è proprio il rapporto salvatrice-peccatore, crocerossina-malato. Ad un tratto non sono piu’ soddisfatti della loro vita sentimentale, lui perchè inizia a vedere con maggiore chiarezza e lei perchè perde il controllo della situazione. A questo punto, quasi sempre la relazione si chiude. La donna sicuramente si chiede cosa è andato storto, ma non necessariamente arriva alla conclusione che è ora di prendere in mano la sua vita e fare un lavoro piuttosto lungo su se stessa. Se ciò non avviene, potrebbe ricercare un altro uomo, ma con ogni probabilità la sua relazione sarà nuovamente fallimentare. Una serie di storie di donne che provano a rialzarsi, reali in ogni dettaglio. Storie dove l’essere si dissolve, si sgretola, si consuma.

Succede lo stesso anche al giovane Werther. Il romanzo é diviso in due parti: una epistolare, in cui lui si racconta tramite le lettere inviate al suo carissimo amico Guglielmo, e una seconda parte narrativa in cui lo seguiamo nei suoi ultimi giorni di vita. Il nostro Werther é innamorato di una bellissima donzella, Charlotte, la quale é peró promessa sposa ad un altro uomo, Alberto. Più passa il tempo, e più questo lo distrugge, conducendolo alla morte. Werther non é in grado di razionalizzare i suoi istinti e sentimenti, che diventano quindi i padroni del suo essere. Anche qui, come in Romeo e Giulietta, la persona amata diventa indispensabile, più importante di ogni altra cosa.

Abbiamo quindi varie narrazioni, ma una stessa triste conclusione: l’annullamento. E allora ci collego il terzo libro, ovvero la soluzione, in cui l’autore é davvero in grado di descrivere cosa significare amare. Si parte dal preconcetto che l’amore é un’arte, poi il discorso si dirama sotto diversi tipi di amore. Se l’amore, in senso generale, é un’arte, allora si può imparare con saggezza e sforzo . L’obiettivo finale dell’autore é spiegare l’amore, insegnare come farlo fiorire e come conservarlo per un lungo periodo. Infatti inserisce anche una parte,per quanto possibile, pratica oltre ad una teorica. Il filo conduttore nominato all’inizio può essere racchiuso in una frase di questo manoscritto:

“L’amore è un potere attivo dell’uomo; un potere che annulla le pareti che lo separano dai suoi simili, che gli fa superare il senso d’isolamento e di separazione, e tuttavia gli permette di essere sé stesso e di conservare la propria integrità. Sembra un paradosso, ma nell’amore due esseri diventano uno, e tuttavia restano due.”

 

 

 

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Amore, vita e morte.

Una lettura abbastanza leggera, ma che al tempo stesso ha il suo perchè. Probabilmente il titolo l’avrete già sentito nominare, anche piu’ di una volta. Si tratta di Io prima di te di Jojo Moyes.

Perchè chiamarlo proprio Io prima di te? Niente di piu’ semplice. Infatti, per Louisa Clark, l’esuberante protagonista ventiseienne di questo romanzo, esistono due vite. Quella prima di Will, che potremmo definire una specie di prova della vita, e quella dopo dell’incontro con Will, che è la vita vera.

Will Traynor, coprotagonista del romanzo, in seguito ad un grave incidente, si ritrova su una sedia a rotelle. Per lui, abituato ad una vita agiata in giro per il mondo, si rivela fin da subito uno shock. Quello che Will odia piu’ di tutto è l’essere stato costretto a rinunciare alla propria indipendenza, per non parlare dei numerosi problemi di salute con annesse medicine da prendere.

Ma come si incontrano Will e Louisa? Quando quest’ultima perde il suo abituale lavoro. Indecisa su cosa fare, soprattutto viste le sue scarse capacità tecniche, decide di dedicarsi alla cura dei disabili.

Will, che odia la propria vita, poichè non riesce a smettere di pensare a quello che ha perso, in un primo momento è scontroso. Ma Louisa tenterà di approcciarsi in ogni modo possibile, finchè lui non si arrenderà. E così, giorno dopo giorno, nasce un rapporto sempre piu’ speciale.

Louisa cerca di far vedere a Will che la vita è bella, e che ci sono sempre dei motivi per continuare a vivere. Soprattutto peerchè a lui ci tiene, ma in parte anche perchè è il compito affidatogli.

L’obiettivo di Camilla, datrice di lavoro di Louisa e madre di Will, è quello di convincere Will ad accogliere la vita. Sì, perchè la famiglia Traynor nasconde un segreto. Il giovane uomo ha infatti deciso da tempo di morire, però, incoraggiato dai genitori, rimanda di sei mesi. Nonostante tutto, la signora Traynor, incapace di accettare il suicidio del figlio, non si accontenta.

Quando Louisa viene a conoscenza di tutto ciò, del motivo per cui è stata assunta, va fuori di testa. Per un periodo si ritira dal lavoro, ma poi ci ripensa. Accetta di nuovo il suo impiego, e fa di tutto per svolgere al meglio la sua missione. Non tanto per i genitori , ma piuttosto perchè è innamorata di Will, e quindi non riesce a concepire l’idea di lasciarlo andare. Perchè Will le ha insegnato a vivere davvero, facendole vedere le milioni di opportunità che prima non aveva mai colto, e aiutandola ad uscire dalla sua comfort zone.

Insomma, come si concluderà? Will compirà il grande passo, oppure no? L’amore di Louisa sarà abbastanza per fargli cambiare idea?

Quella raccontata, a mio parere, è molto piu’ di una semplice storia d’amore. Infatti l’autrice ci fa riflettere su un tema assai discusso, ovvero quello dell’eutanasia, o meglio, del suicidio assistito. Perchè è proprio così che Will Traynor, recandosi in Svizzera, ha intenzione di morire. Come Louisa e la signora Traynor, ve lo assicuro, anche voi griderete aiuto, e supplicherete Will di non farlo. Ma alla fine riusciremo tutti ad accettarlo.

Ricordatevelo bene, amare qualcuno vuol dire desiderare il bene di quella persona, e metterlo al di sopra di ogni altra cosa, a volte anche del proprio bene. Ecco perchè quello di Louisa e Will è amore vero, la cui fine ci spezza il cuore. Eppure ci fa anche venire voglia  di trovare un amore che sia così vero, così raro.

Lo scorso anno, da questo stesso romanzo,è stato tratto anche un film, di cui consiglio a chiunque la visione.

” E sai una cosa? Nessuno vuole sentir parlare di tutto questo. Nessuno vuole sentirti dire che sei spaventato, o che soffri, o che hai paura di morire per colpa di qualche stupida infezione presa per caso. Nessuno vuole sapere come ci si sente a essere consapevoli che non farai più sesso, non mangerai mai più il cibo che hai cucinato con le tue stesse mani o non potrai più tenere tuo figlio tra le braccia. Nessuno vuole sapere che qualche volta mi sento così intrappolato su questa sedia che ho soltanto voglia di gridare come un pazzo al pensiero di trascorrere un altro giorno inchiodato qui. […]”

 

” Io voglio che lui viva. […] Ma voglio che viva se è lui a desiderarlo.”

 

“C’è fame in te,Clark. C’è audacia. L’hai soltanto sepolta, come fa gran parte della gente.”