Destinati a rimanere soli?

Di questo libro, vincitore del Premio Strega nel 2008, ho sentito e letto molte opinioni positive. Sembra proprio che La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano sia un must have, soprattutto per i giovani. Ahimè, nonostante ciò non mi ha fatta impazzire.

Come si deduce dal titolo, l’intero libro racconta di solitudine e altri disagi che sono tipici degli adolescenti. Ecco perchè piace tanto ai ragazzi. Ma cosa c’entrano i numeri primi? Mattia e Alice, i due protagonisti, vengono descritti come due numeri primi gemelli, ovvero una coppia di numeri primi che non può stare insieme perchè separata da una numero pari. Essi sono ” soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero.

Entrambi sono legati da un passato difficile, un “trauma” che li ha segnati nel profondo.

Alice e uno spiacevole imprevisto sulla pista da sci, che la fa sentire inadeguata rispetto ai suoi coetanei.  Mattia e quella grande voglia , e totalmente normale, di appartenere ad un un gruppo, che lo porterà a compiere un gesto di cui si pentirà per sempre. Crescendo questi episodi sfoceranno in anoressia nervosa, autolesionismo e altri disturbi psichici.

Mattia e Alice si incontrano casualmente nei corridoi di una scuola e vengono attratti l’uno dal vuoto esistenziale dell’altro, come due calamite. Inutile dire che questa relazione non andrà a buon fine. Ma non sarà l’unica.                                                          Ogni relazione che questi due personaggi creano sembra destinata, inevitabilmente, in un modo o nell’altro, a dissolversi. Perchè? Quelle ferite che si portano dentro, non essendo mai state curate, possono riaprirsi all’improvviso e rovinare tutto. E’ esattamente questo quello che accade.

Insomma, dopo una serie di tentativi inconcludenti di creare un rapporto con qualcuno, entrambi giungono ad una conclusione. Sembra proprio che alla fine Mattia e Alice ci abbiano rinunciato. Sono consapevoli di esseri numeri primi, destinati a rimanere da soli. Non hanno bisogno di nessuno, se non di loro stessi.

Sono rimasta veramente delusa dal finale di questo libro, ma non solo.                Sono rimasta delusa soprattutto da Alice e Mattia, dal loro atteggiamento costantemente passivo. Intravedono un’ opportunità e se la lasciano passare davanti, e tu desideri poter entrare nella storia e metterti a gridare loro di agire, di fare qualcosa. Invece non fanno altro che sfrondare nel loro vuoto, rimuginando sul passato e dimenticandosi del presente. Ma,in fondo, loro che ci possono fare? Sono due numeri primi. Il loro destino è rimanere da soli,eternamente. Bhè, io credo che il destino ce la facciamo noi, con tutte le scelte che compiamo ogni giorno.

Paolo Giordano è stato molto bravo nel descrivere le problematiche tipiche degli adolescenti, ma ritengo che il libro venga troppo spesso sopravvalutato.Aristotele affermava che chi non è in grado di entrare nella comunità o per la sua autosufficienza non ne sente il bisogno, non è parte dello stato, e di conseguenza è o bestia o dio.  L’essere umano è un animale sociale (zoon politikon) , e quindi nessun uomo che sia tale sceglie veramente di restare solo.                                                                                                                 Lo svolgersi della vicenda, man mano che si procede con la lettura, sembra allontanarsi sempre un pò di piu’ dalla realtà, per entrare in un mondo quasi parallelo, dove apparentemente l’unica risposta è la solitudine. Ma questo è davvero possibile per un qualsiasi essere umano?

Comunque, alla fine credo che l’insegnamento da trarre sia questo: voi non siate come Mattia e Alice, non state a guardare, a lamentarvi di ciò che vi è stato, mentre le cose piu’ belle della vita vi passano davanti.

“Come ci si sente stupidi a pensare a tutto il tempo che sprechiamo a desiderare di essere altrove.”

 

 

 

Paura di morire oppure paura di vivere in eterno?

Si sa, alcuni uomini hanno paura di morire. Chissà se, questi stessi uomini, si sono mai chiesti cosa succederebbe se il loro piu’ grande sogno, ovvero quello di non morire mai, diventasse realtà. Forse sì, o forse no. Forse tutti ce lo siamo chiesti almeno una volta. Ecco, Josè Saramago, ne Le intermittenze della morte, cerca di dare una risposta a questo grande quesito.

A mezzanotte del 31 dicembre di un anno qualsiasi, in un Paese qualsiasi, anonimo, la morte va in sciopero. Succede tutto all’improvviso, senza spiegazione. La gente, semplicemente dal nulla, smette di morire. Ma che effetti ha questo sulla società, sulle persone stesse?

La prima a risentirne è la chiesa. Milioni di fedeli che sperano in una vita nell’aldilà. Ma come fa ad esserci vita dopo la morte, se la morte non c’è piu’? Non può esistere resurrezione senza morte, per questo la chiesa perde automaticamente di credibilità.

Vogliamo poi parlare delle pompe funebri ? Come manderanno avanti gli affari se non muore piu’ nessuno? O ancora delle case di riposo? E le assicurazioni? Ah, e infine del sovraffollamento generale.

Insomma, il grande sogno dell’uomo, ovvero la vita eterna, sembra rilevarsi un disastro.

Per questo una famiglia, di cui padre e figlio sono malati, decide di recarsi sul confine, dove potranno morire. Infatti la morte ha smesso di uccidere soltanto in un Paese, mentre negli altri ancora si muore. Da questo primo spostamento ne partiranno altri, finchè anche la politica sarà coinvolta.

Vedendo quello che accade, dopo un periodo di sette mesi, la morte decide di riprendere il suo lavoro. Però a una condizione: invierà in anticipo una lettera ai predestinati.

Vi dirò, io personalmente l’ho sempre desiderato: sapere, con breve anticipo, quando morirò. Ecco, ho cambiato completamente idea. Ahimè, grazie a questo libro mi sono scontrata in faccia con la realtà.

Sapete cosa fanno le persone che sanno prematuramente della morte, invece di godersi gli ultimi momenti? Vivono con l’ansia, con il pensiero fisso del giorno in cui moriranno. Quindi non fanno niente, assolutamente niente. Oppure, in altri casi, sprecano le giornate andando a puttane. Ho pensato: dannazione, è proprio vero. Sì, perchè è esattamente questo ciò che accadrebbe.

Josè Saramago non è un autore semplice, anzi. Quello che rende complicata la lettura, è il suo stile unico. Periodi lunghissimi, e quel modo particolare di usare le virgole. La totale assenza di altri segni di punteggiatura, se non queste ultime e i punti.

La prima impressione che hai, aprendo un libro di Josè Saramago, è: ma come diamine scrive questo? Nessuno scrive così.                                                                                             Esatto, nessuno scrive così. Ecco perchè, oltre al fatto che è in grado di rispondere ai grandi dubbi dell’umanità, a Josè Saramago è stato attribuito il Premio Nobel per la letteratura. Se mai vorrete leggere un suo libro, non potete permettervi di essere distratti. Ogni singolo passaggio è fondamentale.

Mi ha rapita molto vedere i nomi di persona scritti in minuscolo. Nomi come Dio, Adamo ed Eva, e tutti gli altri della Bibbia. E, tranne nel caso della morte,non è spiegato perchè. Cosicchè, a prima vista, ho pensato che c’entrasse qualcosa la religione. Ma, proseguendo, ho visto che anche Marcel Proust era scritto con le iniziali in minuscolo. Semplicemente, ogni nome di persona, considerata importante e non, era scritto con le iniziali minuscole.

Mi è subito venuto in mente un autore studiato in spagnolo, Jorge Manrique, che parla del potere igualatorio della morte, in particolare la copla III. Non importa chi tu sia, può essere anche Dio, ma tutti siamo uguali di fronte alla morte. Quella morte che non sappiamo mai esattamente quando arriva, e che ci spiazza.

Ma c’è davvero da averne paura? Chiedetevelo. Cosa fa piu’ paura, morire oppure vivere in eterno?  “La morte non è l’opposto della vita, ma una sua parte integrante”, scrive Murakami in Norwegian Wood ( andate qui per la mia recensione Giovani innamorati al tempo della rivoluzione.). Ecco è così che la penso.

Io non ho paura di morire, ma piuttosto di vivere in eterno. E voi? Se ancora siete indecisi, dopo aver letto quest’opera non avrete piu’ alcuna esitazione.

“Ciascuno di voi ha una propria morte, la porta con sé in un luogo segreto sin da quando nasce, lei appartiene a te, tu appartieni a lei.”

Amore, vita e morte.

Una lettura abbastanza leggera, ma che al tempo stesso ha il suo perchè. Probabilmente il titolo l’avrete già sentito nominare, anche piu’ di una volta. Si tratta di Io prima di te di Jojo Moyes.

Perchè chiamarlo proprio Io prima di te? Niente di piu’ semplice. Infatti, per Louisa Clark, l’esuberante protagonista ventiseienne di questo romanzo, esistono due vite. Quella prima di Will, che potremmo definire una specie di prova della vita, e quella dopo dell’incontro con Will, che è la vita vera.

Will Traynor, coprotagonista del romanzo, in seguito ad un grave incidente, si ritrova su una sedia a rotelle. Per lui, abituato ad una vita agiata in giro per il mondo, si rivela fin da subito uno shock. Quello che Will odia piu’ di tutto è l’essere stato costretto a rinunciare alla propria indipendenza, per non parlare dei numerosi problemi di salute con annesse medicine da prendere.

Ma come si incontrano Will e Louisa? Quando quest’ultima perde il suo abituale lavoro. Indecisa su cosa fare, soprattutto viste le sue scarse capacità tecniche, decide di dedicarsi alla cura dei disabili.

Will, che odia la propria vita, poichè non riesce a smettere di pensare a quello che ha perso, in un primo momento è scontroso. Ma Louisa tenterà di approcciarsi in ogni modo possibile, finchè lui non si arrenderà. E così, giorno dopo giorno, nasce un rapporto sempre piu’ speciale.

Louisa cerca di far vedere a Will che la vita è bella, e che ci sono sempre dei motivi per continuare a vivere. Soprattutto peerchè a lui ci tiene, ma in parte anche perchè è il compito affidatogli.

L’obiettivo di Camilla, datrice di lavoro di Louisa e madre di Will, è quello di convincere Will ad accogliere la vita. Sì, perchè la famiglia Traynor nasconde un segreto. Il giovane uomo ha infatti deciso da tempo di morire, però, incoraggiato dai genitori, rimanda di sei mesi. Nonostante tutto, la signora Traynor, incapace di accettare il suicidio del figlio, non si accontenta.

Quando Louisa viene a conoscenza di tutto ciò, del motivo per cui è stata assunta, va fuori di testa. Per un periodo si ritira dal lavoro, ma poi ci ripensa. Accetta di nuovo il suo impiego, e fa di tutto per svolgere al meglio la sua missione. Non tanto per i genitori , ma piuttosto perchè è innamorata di Will, e quindi non riesce a concepire l’idea di lasciarlo andare. Perchè Will le ha insegnato a vivere davvero, facendole vedere le milioni di opportunità che prima non aveva mai colto, e aiutandola ad uscire dalla sua comfort zone.

Insomma, come si concluderà? Will compirà il grande passo, oppure no? L’amore di Louisa sarà abbastanza per fargli cambiare idea?

Quella raccontata, a mio parere, è molto piu’ di una semplice storia d’amore. Infatti l’autrice ci fa riflettere su un tema assai discusso, ovvero quello dell’eutanasia, o meglio, in questo caso del suicidio assistito. Perchè è proprio così che Will Traynor, recandosi in Svizzera, ha intenzione di morire. Come Louisa e la signora Traynor, ve lo assicuro, anche voi griderete aiuto, e supplicherete Will di non farlo. Ma alla fine riusciremo tutti ad accettarlo.

Ricordatevelo bene, amare qualcuno vuol dire desiderare il bene di quella persona, e metterlo al di sopra di ogni altra cosa, a volte anche del proprio bene. Ecco perchè quello di Louisa e Will è amore vero, la cui fine ci spezza il cuore. Ma ci fa anche venire voglia  di trovare un amore che sia così vero, così raro.

Lo scorso anno, da questo stesso romanzo,è stato tratto anche un film, di cui consiglio a chiunque la visione.

” E sai una cosa? Nessuno vuole sentir parlare di tutto questo. Nessuno vuole sentirti dire che sei spaventato, o che soffri, o che hai paura di morire per colpa di qualche stupida infezione presa per caso. Nessuno vuole sapere come ci si sente a essere consapevoli che non farai più sesso, non mangerai mai più il cibo che hai cucinato con le tue stesse mani o non potrai più tenere tuo figlio tra le braccia. Nessuno vuole sapere che qualche volta mi sento così intrappolato su questa sedia che ho soltanto voglia di gridare come un pazzo al pensiero di trascorrere un altro giorno inchiodato qui. […]”

 

” Io voglio che lui viva. […] Ma voglio che viva se è lui a desiderarlo.”

 

“C’è fame in te,Clark. C’è audacia. L’hai soltanto sepolta, come fa gran parte della gente.”

 

 

Insetti (s)cacciati dalla società.

Quando qualcuno riesce, in 60 pagine circa, a racchiudere un significato nascosto e profondo, allora quello deve essere davvero un bravo autore. Ma noi lo sapevamo già, caro Frank Kafka. Insomma, non è un caso se questo racconto, La metamorfosi, è diventato un classico.

Greogor Sasma è un giovane uomo, un commesso viaggiatore, completamente dedito al suo lavoro. Non proprio di sua spontenea volontà , ma piuttosto perchè deve contruibire al mantenimento della famiglia. Non si assenta mai,  e non coltiva altri interessi al di fuori di esso. Eppure tutto questo inizia a stressarlo. Si sente a disagio, come rinchiuso in una gabbia che neanche si è scelto. In seguito ad una notte terrificante, senza che ci venga fornito il perchè, si sveglia improvvisamente mutato in un insetto.                              E provate ad indovinare cosa pensa? Ebbene sì, la prima cosa che si domanda è come farà ad andare al lavoro. Come camperà la famiglia senza lui?                                                  I famigliari, al contrario, non hanno di questi problemi. La semplice visione di lui in quel corpo li terrorizza. Inoltre, venuti a conoscenza della sua incapacità di lavorare in tali condizioni, Gregor diventa sempre di piu’ un peso ai loro occhi, oltre che motivo di vergogna e imbarazzo. Tanto enormi sono queste sensazioni, che alla fine decidono di sbarazzarsene.

Kafka ha avuto un rapporto conflittuale con il padre. Profondo e sensibile il primo, pratico il secondo. Certamente il padre desiderava che il figlio avesse piu’ la testa sulle le spalle, ma la natura di Frank era intellettuale e artistica.                          Kafka sfrutta la propria esperienza famigliare per scrivere un racconto che contiene tutto il male di vivere tipico di chi non si sente accettato, neanche dai propri cari. La solitudine e l’isolamento di Gregor sono quelli dell’autore. Inoltre sono anche quelli di tante altre persone, considerate insetti dalla società. Persone con particolari malattie fisiche o psicologiche, ma non solo.                                                                                                                           Soprattutto di persone che non si accontentano della superficie, ma vogliono arrivare a capire l’essenza delle cose. Persone, che come proprio come Gregor, sono scomode. Perchè hanno il coraggio di pensare con la propria testa. E ciò è raro, devo dire. Perchè è invece piu’ comodo prendere tutto per come è, senza interrogarsi troppo.                             Ricordatevelo sempre, lo schiavo che riuscì a liberarsi e ad uscire dalla caverna, venne ritenuto “matto” da quelli ancora incatenati. Fu accusato di dire delle assurdità, eppure era l’unico a conoscere la realtà.

Una grande metafora del diverso e della società, che l’ha sempre rifiutato e sempre lo rifiuterà. Una società a cui vai bene soltanto se ti adegui. Ma noi diciamo di no. Come Gregor soffriremo, perchè è esigenza dell’uomo quella di appartenere ad un gruppo, ovvero di omologarsi. Eppure non lasciamo che questo ci fermi, continuamo a cercare. Perchè la ricerca conduce alla verità, e quindi alla libertà. Soltanto cercando riusciremo a liberarci dalla manette.

 

Tra sogno e realtà

Le notti bianche è stato il mio primo incontro con Dostoevskij, e spero di averne ancora altri in futuro.

Il protagonista di questo libro è un sognatore, che vive immerso nelle proprie fantasie. Egli è quasi sempre solo e ha ben pochi rapporti con il mondo esterno. Passa le notti insonni, passeggiando per le strade di Pietroburgo. E proprio in una di queste occasioni conosce Nasten’ka . Il loro sarà molto piu’ di un semplice incontro.

Per quattro notti consecutive i due si ritrovano sulla stessa panchina, raccontandosi le loro storie. Parlando, scoprono di avere alle spalle esperienze abbastanza simili. Entrambi hanno conosciuto la solitudine, il disagio, e il dolore. Entrambi sono sognatori.   La bravura di Dostoevskij, a mio parere, è anche nella sottigliezza con il quale descrive i tratti psicologici dei personaggi.

Nasten’ka per il protagonista diventa come una porta, spalancata verso la realtà che lui ha sempre evitato. Grazie a lei inizia a farsi domande che non si era mai posto prima, a riflettere sulle quattro pareti dentro le quali si è rinchiuso. E così se ne innamora. Sarà ricambiato in questo suo sentimento, oppure tutto si dissolverá proprio come fosse stato solo un altro sogno?

“Oh  Nasten’ka! Come sarà triste rimanere solo completamente, senza neanche un rimpianto, niente, assolutamente niente… Perchè tutto quello che avrò perduto non esisteva, era solo una stupida nullità totale, era solo una fantasticheria!”

Nonostante il sognatore finisca ugualmente col rifugiarsi nel posto sicuro che si è costruito, egli afferma:

“Dio mio! Un intero minuto di beatitudine! E’ forse poco, sia pure per tutta la vita di un uomo? “

Probabilmente il messaggio finale è questo: non c’è bisogno di isolarsi, allontarsi dal mondo reale, per trovare un sogno. A volte anche la vita vera può esserlo, come lo è stata quella del sognatore durante gli incontri con Nasten’ka.

Le notti bianche  trasmette un messaggio importante al giorno d’oggi in cui, a causa dell’influenza dai mass media e dai social network, si tende ad avere rapporti sempre piu’ superficiali.  Ci ricorda quanto è bello avere una conversazione significativa con una persona, per poterla conoscere davvero, nel profondo. Ci ricorda quanto ascoltare possa aiutarci a crescere, e quanto essere ascoltati dall’altro possa in qualche modo salvarci.

Un libro particolarmente introspettivo, ma che vola via leggero come un soffio. Breve, ma capace di scavare bene nell’animo umano. Un libro anche romantico, che narra di un amore puro.

 

Superare i pregiudizi

Il libro di cui vi parlo oggi è un classico della letteratura americana. Nell’edizione che possiedo, sul retro, sono riportate le seguenti parole: “il romanzo consigliato da Barack Obama contro ogni razzismo e discriminazione”. Il buio oltre la siepe  di Harper Lee e’ molto piu’ di un semplice romanzo, e lo possiamo capire semplicemente dal titolo. Cos’è il buio? E’ la paura , la diffidenza verso ciò che ci è sconosciuto. Cos’è la siepe? E’ un muro rivolto verso l’esterno, che ci impedisce di conoscere l’altro. Un muro fatto di pregiudizi e false credenze.

La vicenda si svolge nella contea di Maycomb, a sud degli Stati Uniti, nel 1935. La protagonista è Scout, una bambina irrequieta e fuori dal comune, che ci racconta tutto in prima persona. Scout è figlia dell’avvocato Atticus Finch, ottimo padre ed uomo giusto e di principio. Egli è talmente fedele ai propri valori, che decide di occuparsi della difesa dell’afroamericano Tom Robinson, per quanto sia una causa già persa in partenza. E lo fa per insegnare qualcosa ai suoi figli: a Scout, ma soprattutto a Jem.

“Volevo che tu imparassi una cosa: volevo che tu vedessi che cosa è il vero coraggio, tu che credi che sia rappresentato da un uomo col fucile in mano. Aver coraggio significa sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare, e cominciare egualmente e arrivare sino in fondo, qualsiasi cosa succeda. È raro vincere, in questi casi, ma qualche volta succede.”

Atticus riuscirà a provare l’innocenza di Tom, eppure egli verrà comunque condannato a morte. Questo episodio colpisce in profondità Scout e Jem , che non riescono a spiegarsi come sia stato possibile. Essi arriveranno a concepire, soltanto alla fine del libro, di vivere in una società  basata sul razzismo e sul sentito dire. Grazie però al sostegno e agli insegnamenti di Atticus riusciranno a sviluppare un pensiero critico, e a distaccarsi da quasta realtà. Atticus quindi perde il processo, ma riesce comunque ad avere la meglio e a raggiungere il suo obiettivo finale: educare Scout e Jem ad avere una mente aperta, a conoscere prima di giudicare.

Possiamo dire che noi siamo Scout e Jem, e Harper è Atticus. Con questo libro ci invita a superare i pregiudizi, rompere il muro, scoprire cosa c’è dietro la siepe. Ci invita a dire di no al razzismo, alla discriminazione di qualunque tipo essa sia, alle armi. Ci invita ad essere  piu’ umani, a chiudere gli occhi e ad aprire il cuore. Se ascolterete bene, questo libro potrebbe cambiare il vostro modo di vedere le persone, e il mondo in generale.

 

La verità sul caso Harry Quebert

Questo libro è stato il primo thriller/ giallo che ho letto, e che mi ha fatto appassionare al genere.  Forse per questo ricopre un posto importante nella mia vita. O forse perchè non credo di aver mai finito un libro talmente lungo in un così breve tempo. 770 pagine divorate in soli due giorni. Tra colpi di scena vari, La verità sul caso Harry Quebert di Joel Dicker, ti tiene incollato alle pagine. E in men che non si dica, ecco che ti ritrovi già alla fine. Sto esagerando? Giudicate voi stessi.

Marcus Goldman è un giovane scrittore, che con il suo primo libro ha ottenuto un successo internazionale, e si gode la fama e le attenzioni. Nel frattempo l’editore continua a pressarlo, a richiedere il suo secondo lavoro. Però Marcus è colpito da un terribile blocco dello scrittore, e non riesce a buttare giu’ nulla. Le prova proprio tutte, ma nulla sembra funzionare.

Finchè un giorno riceve una chiamata da parte di Harry Quebert, suo amico ed ex professore di università. Anche Harry è uno scrittore di successo, conosciuto principalmente per l’opera Le origini del male, ed è stato proprio lui ad insegnare a Marcus come scrivere. L’obiettivo della sua chiamata è quello di invitare Marcus a parlare, e chiedergli di dargli una mano a provare la propria innocenza. Il vecchio insegnante viene infatti accusato di essere l’assassino di Nola Kellergan, una quindicenne, il cui corpo è stato ritrovato proprio nel suo giardino. Il caso di Nola aveva sconvolto l’intera America, ma era stato abbandonato e dimenticato, almeno fino al ritrovamento del cadavere.

E così Marcus va a visitare l’amico, e cerca di rimettere insieme tutti i tasselli. Verrà a conoscenza della relazione tra Nola, appena quindicenne, ed Harry, allora piu’ grande di lei di quasi vent’anni. Scoprirà verità sconvolgenti riguardanti questi due personaggi, sotterfugi, e bugie nascoste. Proprio su ciò scriverà il suo secondo romanzo , che si intitolerà appunto La verità sul caso Harry Quebert.

Un libro coinvolgente, una storia interessante da leggere tutto d’un fiato. Magari durante un viaggio in aereo, in treno, in nave, in macchina, che a volte può sembrare infinito. Oppure in vacanza, proprio come ho fatto io.

Oltretutto è anche un valido manuale per aspiranti scrittori. All’inizio di ogni capitolo sono riportate delle conversazioni, in cui Harry dà dei consigli a Marcus per scrivere un buon libro, e a volte sono anche vere e proprio lezioni di vita.

“Talvolta potrai sentirti scoraggiato,Marcus. E’ normale. Ti ho detto che scrivere è come boxare, ma è anche come correre. E’ per questo che ti mando sempre a correre: se hai la forza morale per affrontare i lunghi percorsi, sotto la pioggia e nel freddo ; se hai la forza di continuare fino in fondo e metterci tutte le tue energie, tutto il tuo cuore, e di arrivare alla meta, allora sarai capace di scrivere. Non devi mai lasciare che la stanchezza o la paura te lo impediscano. Al contrario: devi usarle per andare avanti”

Il segreto della felicità

Due sono i motivi che mi hanno spinta ad acquistare questo libro, che è diventato uno dei miei preferiti.                                                                                                                                  Il primo è stato l’autore. Come potevo dire di no ad Alessandro D’avenia? Alessandro, che fin dal primo momento mi ha colpita con il suo modo di esprimersi, ma soprattutto di vedere il mondo. Alessandro, quell’insegnante che tutti vorrebbero, anzi dovrebbero, avere almeno una volta nella vita.  Una specie di Robin Williams.                                              Il secondo è stato Leopardi. Un poeta che mi è sempre piaciuto, e del quale, grazie a questo a libro, ho potuto approffondire la conoscenza.                                                              Sì, perchè se lo avete sempre visto come il poeta del pessismo, preparatevi a vedere esattamente l’opposto. Un Leopardi completamente nuovo, ma che vi sembrerà così reale da avere l’impressione di conoscerlo da sempre. Leopardi, un cacciatore di bellezza. Leopardi, un esempio per i giovani d’oggi.                                                             Vi chiederete: ma come? Per rispondere a questa domanda, è bene spiegare da cosa è stato ispirato Alessandro per scrivere questo libro. Proprio dai giovani, e dalle loro storie. Anzi, da una in particolare, che Alessandro specificherà solo alla fine del libro.       Un libro indirizzato ai giovani, alla generazione ha il volto dell’urlo di Munch, con l’obiettivo di dare loro speranza, di aiutarli. Sto parlando de L’arte di essere fragili.  

Il libro si divide in quattro parti, che per Alessandro sono le quattro fasi della vita: l’arte di sperare (adolescenza), l’arte di morire (maturità), l’arte di essere fragili (riparazione) e l’arte di rinascere (morire). Si può descrivere come una sorta di corrispondenza epistolare tra Alessandro e Leopardi, diventando così il proseguimento di un progetto che Leopardi avrebbe voluto portare a termine. Nello Zibaldone egli scrisse che avrebbe voluto scrivere una lettera ad un giovane del ventesimo secolo.

Alla tenera età di diciassette anni Alessandro scopre questo giovane poeta, e viene rapito.”Rapimento” è un termine molto importante nel libro, vuol dire scoprire cosa vogliamo fare, cosa ci rende vivi . Farsi rapire, cercare la propria stella, e avere il coraggio di seguirla. Questo è il segreto della felicità, secondo Alessandro.                             Ed ecco perchè Leopardi è un esempio per i giovani: fin da fanciullo scopre che ciò che vuole fare è scrivere poesia, e permane nel suo obiettivo nonostante le critiche.                    Leopardi, che tutti sappiamo, diventò gobbo a forza di stare piegato sui libri. Ma cosa cercava tra quelle pagine? La felicità. Non riuscì però a trovarla, e quindi fuggì da Recanati.   Chi è che non ha mai desiderato scappare durante l’adolescenza? Ebbene, neanche Leopardi era immune a questo richiamo, a questo rapimento. E ancora una volta, non si tirò indietro e lo seguì. E con questa sua fuga dà inizio alla seconda fase, quella della maturità.

Forse allora Leopardi non era solo il poeta del pessimismo, forse lo abbiamo inquadrato male. Egli scrisse certamente poesie quali Il passero solitario (la mia preferita) , ma anche come L’infinito. Si può definire pessimista chi guarda oltre un ostacolo (in questo caso la siepe, che gli impedisce la vista) e cerca di immaginare cosa ci sia dietro? Chi è rapito da questo stesso pensiero?  Io lo definirei piuttosto estremamente umano, un sognatore. E di nuovo mi tornano in mente quelle due parole, cacciatore di bellezza. Grazie ad Alessandro scopriamo che bellezza e felicità sono collegate. Chi cerca la bellezza, cerca la felicità. E dov’è la bellezza nell’essere umano? Nella sua fragilità. Non era forse Leopardi estremamente fragile?! Ecco quindi svelatoci un altro segreto: saremo davvero felici soltanto quando accetteremo la nostra fragilità.

“L’arte da imparare in questa vita non è quella di essere invincibili e perfetti, ma quella di saper essere come si è, invincibilmente fragili e imperfetti”

                                                                            Il successo di questo autore tra i giovani è pienamente giustificato, e dimostrato in questo libro: lui nei ragazzi ci crede con tutto se stesso . E i ragazzi capiscono quando qualcuno crede DAVVERO in loro.

Per finire, vorrei soltanto fare un’altra considerazione. Leggetelo con il giusto spirito. Lasciatevi rapire. Lasciatevi sommergere da una realtà nuova. Se cercate delle risposte, qui le troverete tutte. Credetemi, non è un caso se sotto il titolo è scritto come Leopardi può salvarti la vita.

“I libri, scelti bene, caro Giacomo, possono salvare la vita, soprattutto quella fragile, facendole cogliere il frutto del futuro che ha dentro.”

 

Nel mondo degli odori

Un giorno indefinito stavo navigando su Internet quando, sbirciando tra varie pagine, sono a venuta a conoscenza di questo libro.                                                                                     La trama mi ha subito attirata, anche se non so bene perchè. Ho sentito una specie di richiamo, una voce che mi invitava a scoprire Grenouille e il suo mondo.                               E così, quando mi sono ritrovata in libreria, come ogni weekend, indecisa su cosa comprare, la risposta stavolta mi è sembrata abbastanza scontata.                                              Nonostante nella mia lunghissima lista di libri da leggere alcuni titoli stessero lì da anni,  immobili, la mia scelta è ricaduta proprio su Il profumo di Patrick Suskind.                      E no, non me sono pentita affatto.                                                                                                     Grenouille, il protagonista di questo romanzo, nasce in Francia nel diciottesimo secolo. Una Francia che emana un  pessimo odore,che puzza.               Grenouille è sfortunato fin dalla nascita. Partorito in mezzo ai pesci marci, egli ha un grandissimo dono, un vero e proprio talento che nasce con lui : sente gli odori come nessun’altro. Eppure, ironico ma vero,  ha anche un grande svantaggio: non emana alcun odore, non sa di nulla. Per questo, sin da piccolo, viene costantemente abbandonato. La prima di questa lunga catena è proprio la madre.                                     Tutto ciò fa crescere in lui un unico grande desiderio, quello di sfruttare il suo incredibile olfatto per creare un’essenza unica . Un profumo irrestibile, che attiri chi lo annusa, e faccia sì che chinque lo indossi sia amato, anzi adorato.                                         Perchè è questo che vuole Grenouille: essere adorato come un dio. Pur di riuscirci non si ferma davanti a niente. Inizialmente si reca presso una bottega dove impara le tecniche del mestiere, e con il tempo arriva addirittura ad uccidere due donzelle, che saranno gli ingredienti segreti del suo profumo.                                                                                                  Quando poi corona il suo sogno, non è ugualmente soddisfatto. Egli si sente, e si è sentito per tutta la vita, lontano dagli esseri umani. Talmente lontano da scappare e rifugiarsi in una grotta, completamente isolato. Non solo le loro attenzioni non lo toccano, ma gli fanno quasi provare ribrezzo. Costantamente infelice, Grenouille decide finalmente di farla finita e morire. Si spruzza addosso il profumo e si fa annussare dai becchini che lo uccidono, convinti di star compiendo un gesto d’amore.

Grenouille è un personaggio particolare. Quello che principalmente colpisce di lui è la sua assenza di umanità. E’ davvero notevole il modo in cui nel libro, dopo gli omicidi, non vengano riportati i suoi sentimenti. Forse è semplicemente per il fatto che egli uccide e non prova rimorso. Non ha compassione di nessuno, e l’unica cosa che sembra interessargli davvero è realizzare il suo obiettivo.                                                                         L’abilità dell’autore, secondo me, è quella di riuscire a far provare qualcosa per un personaggio che è praticamente senza sentimenti.                                                                         Ma che cosa? Sicuramente odio, odio per le sue azioni e la sua incapacità di provare empatia. E poi compassione,pena, per il destino che gli è capitato,a tratti affetto per quel bambino lasciato a se stesso. Ma anche solitudine, perchè quella di Grenouille è così grande da riuscire a toccare chiunque.                                                                                           Se guardiamo oltre gli omicidi e le parti a volte irrealistiche della storia , e analizziamo bene questo personaggio, possiamo renderci conto che nel profondo c’è un pò di Grenouille in ognuno di noi, anche se non lo vorremmo.  Forse per questo mi è piaciuto, forse a questo si deve il successo del romanzo.                                                                              O anche perchè Suskind sa descrivere i profumi, gli oleazzi, la puzza, in una maniera incredibile. Riesce a farti entrare davvero nel mondo degli odori, cosa che non molti  scrittori sono in grado di fare. Durante la lettura vengono sfruttati tutti e cinque i sensi, e questo permette al lettore di riuscire ad immaginare un ambiente o una situazione in maniera piu’ precisa, quasi come se ce l’avesse davanti.                                      Il profumo racconta del cammino interiore di Grenouille, che è quello che tutti prima o poi ci ritroviamo a fare. Un cammino alla ricerca di noi stessi, del nostro odore. Grenouille in francese vuol dire rana, e non è casuale. La rana infatti nasce come girino, e solo in seguito ad una trasformazione diventa tale. Si tratta quindi di un percorso di crescita. Grenouille rappresenta tutti gli uomini che hanno camminato una vita intera senza mai essere davvero felici. D’altronde, come può essere felice chi non conosce se stesso, e quindi non ha identità? O meglio,come dice Suskind:

” L’aveva in mano. Un potere piu’ forte del potere del denaro o del potere del terrore o del potere del male: il potere invincibile di suscitare l’amore negli uomini. Solo una cosa non riusciva a fare questo potere: non riusciva a fargli sentire il proprio odore. E anche se il suo profumo di fronte al mondo lo faceva apparire come un Dio, se non riusciva a sentire il proprio odore e se quindi era condannato a non sapere mai chi egli fosse, se ne infischiava, se ne infischiava del mondo, di se stesso, del suo profumo.”

Forse è per questo che Grenouille è alla costante ricerca di approvazione, e non desidera altro. Perchè non ha odore. E anche se cerca di raccoglierne diversi per crearne uno, si rende conto che non è la stessa cosa, sente che quel profumo appartiene agli altri e non a stesso. Sì, perchè tanti pezzettini di diverse persone non possono creare una nuova persona. Semplicemente l’odore umano non si può ricreare, è qualcosa di innato.

Onestamente ritengo che l’ultimo capitolo, per quanto breve, sia il migliore, quello che fa capire meglio la psicologia di questo personaggio, che finalmente ce lo rivela per come è davvero. Grenouille ci si mostra per la prima volta in profondità, con quel disagio interiore di chi non ha un posto al mondo. Perchè egli non si trova bene da solo nella caverna, ma neanche tra gli uomini. E allora inizia pensare che forse, semplicemente non ne vale la pena. Non vale la pena di proseguire, perseguire nuovi obiettivi.                   “Forse”, ecco. La vita di Grenouille è un tutto un grande “forse”, un insieme di domande che finiscono nel vuoto. Per questo giunge alla disperazione, e non vede altra soluzione che la morte. E non è qualcosa di già sentito ? La storia di Grenouille è la storia di tanti altri uomini, prima e dopo di lui.

Per concludere consiglierei a tutti di leggerlo,  non per la trama ma per il significato che contiene. Un libro apparentemente banale, frivolo, ma che se letto con attenzione spinge a riflettere sull’uomo e la sua natura. Un libro intriso di solitudine, tristezza e disagio interiore. Non proprio una lettura leggera, ma sicuramente da fare una volta nella vita.